I Daft Punk ci mancheranno più di quanto immaginiamo

Gabriele Fazio
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Chissà con quel video quali dettagli, Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homem-Christo, più conosciuti come Daft Punk, volevano raccontarci della loro separazione?

In un deserto, che potrebbe rappresentare l'attuale scena musicale mondiale, inglobata da suoni sempre troppo uguali a se stessi, una bestemmia per chi i suoni li ha masticati e rimodellati come loro, uno procede più veloce, poi si ferma, viene raggiunto, i due si guardano, uno si spoglia della divisa da Daft Punk, e poi si fa esplodere; e di loro non restano che un paio di minuti di un stralcio di “Touch” che arriva quasi come un eco e che recita “Hold on, if love is the answer you're home”, se l'amore è la risposta sei a casa. In queste ore il mondo intero ha dedicato un pensiero ai due maghi futuristici dell'elettronica in occasione della loro fine annunciata in maniera così delicata, raffinata, poetica, ma forse quella che noi chiamiamo fine per loro rappresenta un punto di arrivo, un punto in cui per chissà quale motivo non c'era più bisogno di andare avanti.

Ventotto anni è durata la storia dei Daft Punk, che decidono di assumere quel nome quando nel 1992 il Melody Maker, il più antico settimanale musicale del mondo, proprio a conferma del proprio British Old Style, li definisce “A daft punky trash”, un gruppetto di stupidi teppisti. Ai tempi si chiamavano Darlin' e facevano rock, “Ok - devono aver pensato – allora dobbiamo inventarci qualcosa che sia all'altezza”, così mentre il loro batterista Laurent Brancowitz si distaccava dalla band per andare a formare i Phoenix, si ricordano di quel vecchio film del '74, “Il fantasma del palcoscenico”, e da lì l'idea dei caschi che adotteranno qualche anno dopo.

Nel '96, raccontando di essere rimasti sfigurati dopo un'esplosione, e da lì l'idea di un approccio punk alla musica. Ecco, il punk, anche se i Daft Punk non hanno mai abbracciato quell'idea di genere musicale, né su un pentagramma, né nella vita, se intendiamo il punk come modo rovesciato di vedere le cose, stravolgerle per riscoprirle, rivoltarle per dargli nuova vita, allora loro non lo sono stati meno di tante realtà scoordinatamente schitarrate. Ci vuole anima per fare ciò che hanno fatto loro, ovvero rendere accessibile, pop/olare, un ritmo buono, al contrario, per le fughe, per la danza liberatoria, rendere solare un ritmo che fa rima con la notte.

Loro ci sono riusciti, utilizzando una raffinatezza che li trascina per i caschi fin dentro la storia della musica. Basta avere un minimo di dimestichezza con Spotify per accorgersi che è difficile trovare una band che non pubblica più veri lavori inediti dal 2013 che riesce a mantenere oltre 12 milioni di ascolti mensili, questo significa aver fatto la storia, vuol dire che la musica si è distaccata dal mercato, dal tempo, ed è arrivata ad avere un valore più alto. Allora forse davvero arrivati ad un certo punto in cui più di ciò che hai fatto è difficile fare, decidi che esplodere in un silenzioso fuoco d'artificio, tutto sommato, ci sta.

“Homework”, il loro album del 1997 rappresenta ancora oggi un punto di riferimento per la dance anni '90, e la dance per gli anni '90 rappresentava più di quello che rappresenta oggi; quell'album si dice sia stato prodotto interamente nella cameretta di Bangalter, riempita fino all'orlo di strumenti e tecnologia che nemmeno loro all'inizio sapevano bene a cosa servissero, tant'è che il primo mese di lavorazione pare l'abbiano passato a leggere il libretto delle istruzioni, ma poi da lì ne nasce un disco epico, una delle rare eccezioni, più rare ai tempi, in cui un genere dedicato alle discoteche viene recepito come impegnato; all'interno il capolavoro di innovazione “Around The World”, e quando parliamo di innovazione non ci riferiamo rispetto agli anni '90, ma rispetto alla musica uscita fino a questo momento.

Negli ultimi anni il sound degli '80 ci è tornato su come cibo guasto, in maniera prepotente e bruciante, e un'intera generazione di nostalgici lo ha riaccolto con stralunato entusiasmo, ecco questo i Daft Punk lo hanno fatto già esattamente vent'anni fa, nel 2001, con “Discovery”, l'album che conteneva la hit “One More Time”, loro più importante successo di vendite, un pezzo ballato in ogni angolo del pianeta. Essere avanti significa questo, capire le cose prima degli altri, e in questo i Daft Punk erano proprio cinture nere. Per dire, nel 2005 esce “Human After All”, un album che spingeva forte sul sound elettronico, ripetitivo quasi fino all'ipnotismo, non è accolto bene né dal pubblico né dalla critica, all'interno il singolo “Technologic” che verrà digerito dal mondo intero solo tre anni dopo, quando l'Alfa Romeo lo utilizzerà per lanciare la loro MiTo. Avanti, non c'è niente da fare.

Probabilmente l'apice è stato raggiunto nel 2013 con l'ultimo loro vero disco, “Random Access Memories”, anticipato dal singolo “Get Lucky”, un'altra perla rara del loro repertorio, realizzato con la collaborazione di due geniacci del pop moderno come Pharrell Williams e Nile Rodgers, una perla da oltre mezzo miliardo di ascolti su tutte le piattaforme inventate dall'uomo. Potremmo provare a rinchiudere i Daft Punk in un genere, l'house con tutte le sue declinazioni, così come la techno, così come il funk, non sbaglieremmo mai, è stata questa la loro grandezza, quella di chi crea delle opere talmente enormi che qualsiasi definizione è azzeccata e, allo stesso tempo, non li definisce con precisione, di chi sfugge come l'orizzonte a qualsiasi classificazione. Forse l'unico modo per riuscirci è inventarselo un genere, lo potremmo chiamare semplicemente “suono”, in riferimento a quella materia prima che in pochi nella storia della musica hanno saputo maneggiare con tale inventiva, complessità, avanguardia e poesia.