Dai cerini alle caramelle argentine: le monete complementari quando c'è l'inflazione

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L’inflazione in Argentina torna a galoppare, con un 3,3% solo nel mese di maggio e un totale del 21,5% da gennaio 2021, 48,8% considerando gli ultimi 12 mesi. La moneta circolante vale sempre meno. Il peso, l’unità base della valuta locale, equivale a meno di un centesimo di dollaro, circa mezzo centesimo di euro. Il governo da parte sua si rifiuta di ammettere la situazione, e non stampa moneta di valore più alto: la banconota più grande stampata continua a essere quella da mille pesos che, al cambio reale, vale poco più di 5 euro. Basta per rendere l’idea della quantità di moneta con cui deve circolare un cittadino per poter fare i propri acquisti in contanti.

Il gruppo Arcor, il maggiore nel Paese sudamericano, ha stampato sui pacchetti delle caramelle “Mini” la frase: “Ideale per dare il resto”. Non sono mancate polemiche e rilanci su Twitter, ma un dato è certo: se si va avanti così il rischio potrebbe essere che le caramelle valgano più dei pesos stessi. Quando la moneta non ha praticamente valore e la quantità di spiccioli circolanti fatica a coprire il fabbisogno, una caramella può essere la soluzione. Quello che sta accedendo in Argentina, trovate pubblicitarie provocatorie a parte, non è una novità, e chi ha ricordi dell’Italia anni Sessanta e Settanta non fa fatica a capirlo.

In situazioni di forte inflazione si cercano modi alternativi per ancorare la moneta a qualcosa di reale, o per sopperire, più banalmente, a una mancanza di denaro circolante. Una prima situazione del genere capitò in Italia a metà degli anni Sessanta. Dal 1955 in poi ci fu una progressiva diminuzione della produzione monetaria, conseguenza della decrescente disponibilità di manodopera e della riduzione nell’orario di lavoro, unita a un aumento del fabbisogno. Alcune aziende decisero di intervenire, come lo Zuccherificio Jolanda di Savoia a Ferrara, coniando dei gettoni in alluminio di valore equivalente alle lire da poter usare nel loro spaccio.

Negli anni Settanta, con l’inflazione galoppante, la situazione si fece ancora più problematica, e così divenne prassi usare beni di consumo dal valore fisso al posto delle monete. Caramelle, cioccolatini, confezioni di fiammiferi venivano date e accettate come resto. Poi fu la volta anche dei francobolli, scelti da Autostrade S.p.a. per dare il resto del pedaggio al casello. Associazioni e supermercati stamparono invece dei buoni merce da usare come moneta presso il punto vendita. Tra il ‘77 e il ‘78 furono le banche stesse a correre ai ripari, emettendo dei miniassegni, una valuta complementare per sopperire alla carenza di circolante. Poi la Zecca adeguò di nuovo la produzione, furono emesse le prime 200 lire (prima come taglio non esistevano) e le forme di moneta complementare sparirono. O meglio: rimasero, un po’ nostalgiche e sotto traccia, nei gettoni del telefono accettati ovunque come alternativa proprio alle 200 lire, nelle caramelle Goleador che ancora oggi chiediamo o accettiamo al bar al posto dei 10 centesimi di resto.

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