Dai pazienti long Covid, un anno dopo. "Virus devastante, non ci molla"

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Siamo tornati a Bergamo e Cremona, un anno dopo.
Siamo tornati a Bergamo e Cremona, un anno dopo.

- “Ciao Giacomo, ti ricordi? Ci siamo sentiti un anno fa. Come stai?”
- “Sono una persona rovinata”

Nel settembre del 2020 Giacomo Mancini raccontava ad Huffpost gli strascichi che il Covid aveva lasciato sul suo corpo, a circa 6 mesi dall’infezione. Tra i primi casi noti in Italia, era entrato in ospedale a Cremona il 10 marzo, ne era uscito il 29 luglio. Tre mesi in terapia intensiva disteso nel letto e 30 chili persi, ci elencava gli effetti di quello che già allora veniva definito Long Covid. “Non sono guarito per niente”, diceva il 58enne Giacomo e oggi, a oltre un anno di distanza da quella chiamata, la situazione non è migliorata.

“Ormai il mio corpo è devastato”, racconta ad Huffpost, “Il fiato non tornerà più come prima, la debolezza c’è sempre, ho fatto un’operazione ai polmoni e il diaframma si è paralizzato. Purtroppo non riesco a far più niente, sono andato in pensione”. Ex manutentore in acciaieria, gli è stata riconosciuta il 100% di invalidità. Non guarirà mai del tutto: “Questa mancanza di fiato non si dissolverà mai. Sono sempre stanco. Ogni volta devo sedermi o coricarmi. Io poi sono stato operato per una piaga da decubito ai glutei, una porzione mi è stata tolta. Quindi non posso stare neanche troppo seduto, dovrei passare le mie giornate coricato su un fianco, ma non riesco a immaginare una vita così”.

Ogni giorno prende 6 pastiglie per curare gli strascichi del Covid: di queste, due sono per il cuore, una per la depressione: “Quest’esperienza mi ha segnato a livello psicologico. Ho paura di morire. Ho paura a rimandare le cose, perché temo di non riuscirle più a fare. Ho paura di andare fuori, di stare in mezzo alla gente. Ogni volta che chiudo gli occhi il pensiero torna all’ospedale, a quello che mi facevano per tenermi in vita. È così tutti i giorni. Non vado a cercarlo questo pensiero, ma arriva. Speriamo che il tempo aiuti”. Giacomo si fa forza circondato dalla famiglia: si sente grato di avere una vita, consapevole di aver rischiato di perderla in quel letto d’ospedale. Ma non è più quello di prima, per nulla: “Quando vedo quelle persone lì che non si vogliono vaccinare, rischiando di prenderlo come l’ho preso io, non capisco se vogliono bene alla loro vita. Farei trascorrere loro una solo giorno in terapia intensiva, per capire”.

Long long Covid - Cremona è stata una delle città italiane più colpite dal Covid. L′11 maggio era partito un programma di follow up: con un approccio multidisciplinare, venivano monitorate le condizioni di pazienti guariti dal Covid, per sostenerli in una lotta non ancora terminata. Non si sapeva all’epoca quanto quegli strascichi si sarebbero protratti nel tempo, con la pandemia ancora in corso restano in corso anche le valutazioni sul Long Covid. Quel che inizia a emergere dagli studi è che per alcuni la patologia meriterebbe un “Long” in più: non a tutti basta qualche mese per rimettersi in piedi. A circa due anni e mezzo dalle prime infezioni note, alcuni guariti sostengono di non essere guariti affatto.

Un anno fa, a settembre 2020 avevamo conosciuto tre pazienti affetti da Long Covid passati dalla terapia intensiva di Cremona. Ora due di loro segnalano di stare ancora male e peggio di prima, di aver dovuto lasciare o cambiare lavoro. Il terzo sta meglio, il fiato corto resta, ma ha ripreso in mano la sua vita. “Non sappiamo quanto possa durare” spiega ad Huffpost il dottor Angelo Pan, infettivologo nell’ospedale di Cremona, “Ci sono pazienti che hanno iniziato ad avere disturbi a marzo dello scorso anno e li registrano ancora adesso. Avere problemi dopo qualche mese è molto comune, forme sintomatiche gravi molto lunghe sono più rare, ma le stiamo registrando”.

Queste forme di Long Covid non sono correlate alla gravità della malattia. Non c’è bisogno di essere finiti in terapia intensiva, anche una forma lieve del virus può aver generato strascichi a lungo termine. “Possono avere dolori, disturbi del sonno, della concentrazione. Non riescono a riprendere l’attività fisica. Ci sono alcuni pazienti che hanno la febbre da due anni. Non è una febbre che altera completamente la qualità della vita, ma la riduce sicuramente. Tutti giorni registrare una temperatura corporea di 38 gradi è un effetto collaterale non drammatico, ma decisamente fastidioso”.

Non è solo un problema di infezione acuta. Non si guarisce quando guarisce la polmonite. Una ricerca condotta dal National Institute for Health Research e riportata sul Guardian, sostiene che solo un partecipante allo studio su tre si è sentito completamente guarito a un anno dall’infezione. “Purtroppo non ci sono grandi cure”, spiega il dottor Angelo Pan, “Li seguiamo nel tempo, sperando che la situazione migliori. Non abbiamo strumenti terapeutici generici. Non siamo fuori in nessun senso dalla pandemia e non mi aspetto grandi risoluzioni rapide. Il vaccino è uno strumento fondamentale, ma ha una potenza relativa. Un motivo per farsi vaccinare è anche il Long Covid, non c’è solo la polmonite”.

Don Franz nel letto d'ospedale, a quattro mesi dalla guarigione e durante l'ultima messa celebrata (Photo: Hp)
Don Franz nel letto d'ospedale, a quattro mesi dalla guarigione e durante l'ultima messa celebrata (Photo: Hp)

Cambiare vita - Don Franz un anno fa non vedeva l’ora di tornare a celebrare messa, reclamato dai suoi fedeli che non lo vedevano da quando si era ammalato di Covid. Si sentiva “a metà strada” nel percorso di guarigione, cominciato tre mesi prima. Oltre un anno, il prete di Cremona ci spiega che non potrà più celebrare. “Domenica ho fatto la rinuncia alla parrocchia, andrò in Cattedrale a confessare...purtroppo non riesco a dir messa”, è indaffarato dal trasloco, mentre lo sentiamo. Non riuscendo più a svolgere le funzioni di parroco, deve cambiare anche la sua abitazione. Il Covid gli ha procurato anche una retinopatia e il suo occhio sta peggiorando, fatica a leggere. Deve assumere dieci medicinali al giorno, i suoi mesi sono scanditi da incontri con vari medici, tra cui anche uno psicologo.

Dei tre pazienti che abbiamo nuovamente rintracciato, Fausto Tabaglio è quello che sta meglio. Nel settembre 2020 ci raccontava l’emozione di aver potuto sorreggere per la prima volta tra le braccia - dopo una lunga riabilitazione - la nipote Agnese, nata mentre lui si trovava in terapia intensiva, con scarse speranze di sopravvivenza. Oggi Agnese cammina da sola, lo chiama “nonno”. “Io tutto sommato sto bene, ma non è tutto in ordine”, racconta, “Non sono mai stato uno sportivo, non posso dire che prima del Covid facevo la mezza maratona o trenta vasche in piscina, ma da quando sono guarito persiste un certo stato di stanchezza. Credo che quelle cicatrici ai polmoni resteranno. Sono i risultati di una battaglia condotta un anno e mezzo fa”.

Fausto in terapia intensiva, a quattro mesi dalla guarigione e un anno dopo, mentre accompagna la figlia all'altare (Photo: Hp)
Fausto in terapia intensiva, a quattro mesi dalla guarigione e un anno dopo, mentre accompagna la figlia all'altare (Photo: Hp)

Un problema di salute non ancora chiaro - Giacomo, Fausto, Don Franz: tutti loro portano sul corpo tracce del passaggio del virus, ma tutti in maniera diversa. Le cure si occupano settorialmente dei differenti aspetti, la visione di insieme del Long Covid resta molto frammentaria. Da Bergamo, sempre circa un anno fa, spiegavano ad Huffpost i risultati di uno studio dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII, dal quale emergeva che il 51% dei pazienti osservati non era ancora asintomatico. Bergamo aveva creato e gestito, tra i primi centri al mondo, un percorso di presa in carico e follow-up dei pazienti guariti dal virus dopo la prima ondata.

“Ci sono persone che hanno problemi persistenti e invalidanti, a quasi due anni. È vero anche che le percentuali scendono: molti col passare dei mesi recuperano, ma non vale per tutti”, spiega oggi il professor Marco Rizzi, primario di Malattie Infettive dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII. I percorsi di cura si intrecciano, ci si muove su più fronti, ma non esiste uno studio che metta il cappello. “I dati che escono in letteratura spesso adottano metodologie diverse, sono molto diverse le popolazioni, le età, le comorbidità: i risultati che si ottengono sono difficili da comparare” sostiene Rizzi, “Non abbiamo esami di laboratorio strumentali per definire se un paziente ha o meno una sindrome da Long Covid. Si rischia di includere in questa condizione problematiche molto diverse”.

I problemi sono effettivamente diversi: alcuni sono propri della prolungata ospedalizzazione, altri, come ad esempio i disturbi neurologici, sono già stati osservati per altre patologie. Poi ci sono aspetti caratteristici proprio del Covid: astenia, alterazione del ritmo sonno-veglia, alterazione di odori e sapori, debolezza, difficoltà di concentrazione, disturbi della memoria. “Questo profilo è un altra cosa ed è difficile da definire”, dice il professor Rizzi, “Non abbiamo esami di laboratorio sistematici che ci diano degli esiti comprensivi. Progressi importanti su come definire questa sindrome e soprattutto come curarla, non ci sono stati. Si stanno accumulando evidenze, ma non si ha la capacità di fornire una terapia, al di là dei percorsi specifici di follow up standardizzati che avevamo già per altre malattie. È un problema di salute non ancora chiaro”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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