Dal missile ipersonico al caccia stealth, la corsa militare della Cina

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ZHUHAI, CHINA - SEPTEMBER 25: J-20 stealth fighter jet flies in the sky before the upcoming Airshow China 2021 on September 25, 2021 in Zhuhai, Guangdong Province of China. (Photo by Chen Chang/VCG via Getty Images) (Photo: VCG via Getty Images)
ZHUHAI, CHINA - SEPTEMBER 25: J-20 stealth fighter jet flies in the sky before the upcoming Airshow China 2021 on September 25, 2021 in Zhuhai, Guangdong Province of China. (Photo by Chen Chang/VCG via Getty Images) (Photo: VCG via Getty Images)

Il primo caccia invisibile biposto al mondo con tecnologia stealth, J20 Wilong, “Potente Drago”, potrebbe fare il suo volo inaugurale in Cina in meno di due settimane, consentendo a Pechino di soppiantare Washington nel cosiddetto “Next Generation Air Dominance” (NGAD), il dominio aereo di ultima generazione. La presentazione ufficiale avverrà con ogni probabilità già il prossimo 11 novembre, e sarà il fiore all’occhiello delle imponenti celebrazioni del 72° anniversario dell’aeronautica militare del PLA, l’Esercito Popolare di Liberazione cinese, che si prepara a mostrare al mondo gli ultimi progressi della sua tecnologia militare. Ma la massiccia corsa agli armamenti della Cina in termini non soltanto quantitativi ma, soprattutto, tecnologicamente qualitativi, non si limita al nuovo avveniristico aereo invisibile biposto, perché in queste ore è trapelato da fonti attendibili vicine ai vertici militari del Pla che la Cina ha fortemente aumentato il numero di test missilistici per aumentare l’affidabilità e l’efficacia anche di questi temutissimi armamenti, missili ipersonici nucleari compresi. E il tempismo non è certamente causale, perché il target di questa esibizione muscolare di potenza militare ha sempre lo stesso nome: Taiwan.

Oggi, al G20 in corso a Roma, il ministro degli Esteri cinese ha minacciato un po’ tutti – Usa in primis – avvertendo il mondo ancora una volta – ma con veemenza ancora maggiore rispetto al passato - che Taiwan è roba che scotta, e sarà meglio per tutti astenersi nemmeno dal provare a mettersi in mezzo tra Pechino e Taipei: “Chi sostiene Taiwan ne pagherà il prezzo” ha detto con espressione più risoluta del solito - e con pochissima diplomazia - il capo della diplomazia di Pechino, Wang Yi, che in patria chiamano “Silver Fox – Volpe d’argento”. Un soprannome che si è meritato non tanto per la sua chioma candida, ma soprattutto per la sua astuzia machiavellica in grado – come in effetti ha dimostrato in più occasioni – di prendersi gioco di diplomatici, politici e paesi. Yi è un grande giocatore di Mahjong, come tutti i cinesi, del resto, e oggi a Roma l’impressione netta è che abbia giocato una partita di Mahjong geopolitico contro un parterre internazionale di giocatori. Vincendo lui, ovviamente, o meglio, assegnando la vittoria ancora una volta alla Cina, che ha fatto più rumore con un ’assenza – quella di Xi Jinping – di qualsiasi presenza anche di spicco, come quella di Joe Biden.

All’inizio della settimana Pechino aveva già avvertito Washington che il suo sostegno a Taiwan avrebbe comportato “enormi rischi” per le relazioni tra le due principali potenze mondiali. Dopo la notizia della presenza di truppe americane sul terreno di quella che Pechino considera nient’altro che una “provincia ribelle”, confermata dalla presidente taiwanese Tsai Ying Wen in un’intervista alla Cnn, la tensione è andata salendo ancor di più, fino a sfociare nei minacciosi avvertimenti odierni. “Recentemente, Stati Uniti e altri Paesi hanno tentato di ottenere una svolta su Taiwan, in contrasto con le garanzie politiche date quando hanno stabilito relazioni diplomatiche con la Cina” ha insistito il Ministro degli Esteri di Pechino, ma, ha detto ancora, ”la storia e l’idea di “Una sola Cina” sono incontestabili e il progresso degli 1,4 miliardi di abitanti della Cina nel promuovere la riunificazione pacifica della madrepatria è inarrestabile”: in pratica, - questa in buona sintesi la tesi della Cina enunciata oggi da Wang - gli Usa e i loro alleati tradiscono gli impegni presi con la Cina cercando di “allungare le mani” su Taiwan.

Gli sforzi degli Stati Uniti per sviluppare un caccia stealth a due posti si sono fermati negli anni ’90, quando una variante del Lockheed Martin/Boeing F-22 è stata abbandonata per risparmiare denaro. All’inizio degli anni 2010 il Pentagono ha annunciato due programmi di nuova generazione: il citato NGAD per l’aeronautica e un piano navale a lungo termine noto come F/A-XX per lo sviluppo di velivoli navali di nuova generazione per integrare e infine sostituire l’attuale F /A-18E/F Caccia Super Hornet. Ora la Cina dimostra di essere in grado di soppiantare agevolmente gli sforzi militari americani, con questo nuovo Caccia, il cui prototipo è stato visto (e fotografato) per la prima volta qualche giorno fa mentre rullava sulla pista di un aeroporto per le prove di volo presso lo stabilimento della Chengdu Aerospace Corporation, nella provincia sud-occidentale del Sichuan. Con questa inedita variante biposto del J-20 l’industria militare aerospaziale cinese dimostra che Pechino è ormai perfettamente in grado di sviluppare una tecnologia da guerra totalmente proprietaria, e non ha più bisogno di fare affidamento sulla tecnologia straniera, come ha fatto in passato. I caccia stealth biposto fino ad oggi sono stati progettati come aerei da addestramento, con il sedile posteriore riservato appunto a un addestratore. Ciò che rende così letale il nuovo “Mighty Dragon” cinese è il fatto che il secondo pilota è in grado di controllare in piena autonomia i droni vicini all’aereo – soprannominati dai progettisti militari cinesi “gregari fedeli” - nei combattimenti aerei. Una combinazione a dir poco spaventosa.

L’incombente volo inaugurale dell’11 novembre avrà luogo in circostanze molto diverse dalla presentazione del primo J-20 Mighty Dragon, che avvenne l′11 gennaio 2011, durante una visita a Pechino dell’allora segretario alla Difesa statunitense Robert Gates, volta a disinnescare le tensioni militari tra i due paesi. Erano tempi in cui quel volo inaugurale serviva a mostrare gli sforzi della Cina per aumentare la trasparenza militare, poiché entrambe le parti speravano di rafforzare la fiducia politica reciproca. A un decennio di distanza, il significato dei due voli inaugurali è totalmente cambiato. Ora si tratta di una pura esibizione dell’efficacia tecnica dell’arma. La Cina vuole mostrare a tutti la sua capacità nell’impiego di droni “fedeli gregari” con o senza equipaggio, sfidando apertamente il concetto di NGAD americana, sullo stesso terreno di confronto.

Negli ultimi anni la Cina ha aumentato la frequenza e la portata dei test militari, effettuati utilizzando armi consolidate e/o sperimentali. La maggior parte dei test missilistici in Cina vengono condotti in segreto, ma alcuni possono essere rilevati dai satelliti. All’inizio di questo mese, Ned Price, portavoce del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, ha affermato che la Cina ha lanciato almeno 250 missili balistici tra gennaio e settembre, equivalenti al numero totale di test dell’anno scorso. Price non ha rivelato il numero di test effettuati dagli Stati Uniti nello stesso periodo, ma ha affermato che la Casa Bianca ha interpretato i test cinesi come una “rapida espansione delle capacità nucleari della RPC”, aggiungendo che gli Usa si sono trovati di fronte a uno scenario “particolarmente preoccupante”. Una preoccupazione ulteriormente accresciuta nelle ultime ore dalle notizie in arrivo da Pechino che parlano di un drastico aumento del numero di voli di prova che i missili cinesi devono affrontare prima di entrare in produzione, nel tentativo di migliorarne ulteriormente l’affidabilità. I nuovi missili aria-aria, infatti, in precedenza dovevano effettuare otto test in cui colpivano un bersaglio in movimento, per essere considerati idonei alla produzione; ora il requisito minimo è salito a 15. A breve, poi, verranno testati anche altri parametri come, ad esempio, la verifica della resistenza agli attacchi di impulsi elettromagnetici, e in quel caso i nuovi missili dovranno superare ben 20 test.

Di recente, sulla rivista specializzata Aero Weaponry, il ricercatore militare Li Gencheng e i colleghi della China Airborne Missile Academy di Luoyang hanno pubblicato un articolo dove si faceva riferimento a problemi sulla “qualità instabile” delle forniture ed ai “tempi di consegna inaffidabili” delle ditte fornitrici cinesi. “L’alto comando voleva che questi problemi venissero risolti prima della produzione di massa”– si legge nell’articolo – e per questo, per poter contare su una verifica di qualità affidabile e definitiva, ha deciso di varare il nuovo protocollo sui test missilistici. Anche secondo un altro studio firmato dall’ingegnere senior Liu Yan e dai suoi colleghi del Beijing Institute of Electronic System Engineers, pubblicato sulla rivista Modern Defense Technology, l’esercito cinese sta affrontando un numero crescente di problemi di controllo della qualità durante lo sviluppo di nuove armi. In passato, i missili venivano estesamente testati in ambienti diversi – come deserti o isole – per lunghi periodi, ma non è più possibile farlo a causa del gran numero di nuove armi apparse negli ultimi anni. Il PLA ha quindi istituito una nuova task force centralizzata per supervisionare l’affidabilità dei nuovi missili, ha costruito una serie di strutture di test con ambienti controllati per accelerare le prove e prevede di utilizzare la tecnologia dell’intelligenza artificiale, sempre secondo il documento.

In un primo tempo, i vertici dell’esercito cinese avevano avanzato due proposte per fissare i nuovi protocolli missilistici. La prima prevedeva che il lancio di un nuovo missile raggiungesse l’obiettivo 15 volte senza alcun fallimento, l’altro 27 volte, con non più di un fallimento, per garantire un tasso di successo superiore al 90%. Ma le proposte dei militari hanno suscitato proteste da parte degli appaltatori della Difesa di Pechino, che hanno sostenuto che le possibilità dei nuovi missili di superare questi test sarebbero state ampiamente inferiori al 20%. Dopo le trattative, l’Esercito Popolare di Liberazione e le società di difesa statali hanno raggiunto un compromesso, in cui l’appaltatore produce 50 missili, da cui l’esercito ne sceglie a caso 15 per i test e la nuova arma ottiene il via libera per lo schieramento se non più di due mancano il bersaglio.

Limitare il numero di test missilistici è un aspetto importante dei trattati internazionali sul controllo degli armamenti perché più un’arma si dimostra affidabile, più diventa temibile per la comunità internazionale.

Anche altri paesi hanno riscontrato problemi durante i test dei missili. Ad esempio, nel maggio di quest’anno un missile balistico intercontinentale statunitense Minuteman III non è riuscito a decollare durante un volo di prova. Nel 2018, le forze armate statunitensi hanno dovuto premere il pulsante di autodistruzione su un altro Minuteman che aveva sviluppato “anomalie” durante un test sul Pacifico.

Martedì, durante un incontro con i rappresentanti dell’industria militare e della difesa, il presidente Xi Jinping ha affermato che la “costruzione di armi e attrezzature della Cina ha raggiunto uno sviluppo eccezionale e ottenuto risultati storici” negli ultimi cinque anni. Xi ha esortato i leader militari e industriali a “rafforzare un moderno sistema di gestione aprendo al contempo nuovi orizzonti nella produzione di armi e attrezzature”, secondo quanto riportato dal People’s Daily, testata del Partito Comunista Cinese.

Recentemente il Financial Times ha riferito che la Cina aveva testato due nuove armi ipersoniche con capacità nucleare che potevano viaggiare a più di cinque volte la velocità del suono, uno sviluppo che un alto comandante statunitense ha descritto come “molto inquietante”, sebbene Pechino abbia negato che i test avessero uno scopo militare. Il ministero degli Esteri cinese ha negato i rapporti e ha affermato che le operazioni erano “voli di prova di routine” volti a riciclare veicoli spaziali per ridurre i costi di esplorazione. Un’affermazione che – ancor più vista alla luce di questi nuovi, preoccupanti aggiornamenti sull’escalation militare intrapresa con sempre più determinazione e impego di risorse finanziarie e mezzi tecnologici da Pechino - non ha convinto davvero nessuno.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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