Dal trionfo all'esilio, la parabola di Morales

Davide Sarsini

L'esilio in Messico conclude la parabola politica di Evo Morales, il primo presidente indigeno che per quasi 14 anni ha guidato la Bolivia. A decretare l'uscita di scena del 60enne leader del leader del partito Movimento al Socialismo (Mas) sono state le elezioni presidenziali del 20 ottobre in cui cercava un nuovo mandato, che sarebbe stato il quarto dal 2006.

Morales è stato uno dei più illustri rappresentanti della sinistra latinoamericana, ormai in crisi in gran parte del continente, e guidava il Paese andino dal 2006. Il fatto di essere indigeno e di essere cresciuto parlando la lingua aymara e imparando lo spagnolo solo da giovane adulto, lo avevano reso molto popolare tra la maggioranza povera della Bolivia.

E lui è riuscito nelle nazionalizzazioni su cui il suo predecessore Carlos Mesa aveva fallito: petrolio e gas, ma anche le miniere di zinco e stagno e altre importanti aziende di pubblica utilità. Lo ha fatto pagando delle buone compensazioni ai proprietari grazie al boom delle materie prime che ha triplicato il Pil del paese in 15 anni.

In politica estera Morales ha spostato il Paese andino dall'alleanza con gli Stati Uniti a un asse con il Venezuela di Hugo Chavez, sia pure senza trascendere negli eccessi e negli abusi dei diritti umani del leader bolivarista.

La sua parabola discendente, però, era iniziata già nel febbraio 2016, con il referendum con cui aveva chiesto ai boliviani di autorizzare una modifica parziale alla nuova costituzione da lui stesso voluta del 2009 in modo da aggirare lo scoglio dell'incandidabilità alla presidenza dopo aver compiuto già due mandati.

Nonostante la sconfitta in quella consultazione, il presidente era riuscito a nel 2018 a farsi riconoscere il diritto a candidarsi dal Tribunale costituzionale plurinazionale (Tcp), vicino al suo partito, teoricamente potendo aspirare a restare presidente fino al 2025.

Le ultime elezioni, in cui c'è stata un'evidente forzatura nello scrutinio dei voti in modo da garantire al presidente uscente la vittoria al primo turno e scongiurare così i rischi di un ballottaggio con il rivale, l'ex presidente Mesa, hanno fatto da detonatore a una protesta nazionale che ha portato alla definitiva caduta di Morales.