D'Alema dice una verità: il Pd è tornato massimalista

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Massimo D'Alema e Enrico Letta (Photo: Ansa)
Massimo D'Alema e Enrico Letta (Photo: Ansa)

Tutti a prendersela con Massimo D’Alema, quando dice che il Pd, «guarito dalla malattia di Renzi», è tornato politicamente agibile per gli scissionisti come lui e Bersani. E per tutti s’intendono i renziani di Italia Viva, i renziani rimasti nel Pd come Nicodemi in mezzo ai farisei, e gli antirenziani che il Pd lo governano. Nessuno però a chiedersi se D’Alema, al netto del lessico stalinista, con cui demonizza come un morbo la parentesi del riformismo, dice una verità che i suoi detrattori non sono disposti a riconoscere: e cioè che, in dieci mesi al Nazareno, Enrico Letta ha riavvolto all’indietro il nastro della storia, riportando il Pd all’ideologia del Pci, con in più una spregiudicatezza populista che i vecchi comunisti non avrebbero osato adoperare. Un’impresa che non era riuscita neanche a uno scolaro di Botteghe oscure come Nicola Zingaretti, e che invece si compie per mano di un ex democristiano, allievo di Andreatta, con una patente da mediatore ragionevole, messa su mattone dopo mattone in una lunga gavetta di partito e di governo.

Il sostegno che Letta ha garantito a Draghi sull’emergenza può ingannare. Perché sulle storiche roccaforti della sinistra massimalista, come lavoro, Stato e politiche economiche, il Partito democratico va assumendo posizioni del tutto in contrasto con il profilo del premier, e del tutto allineate a quelle dei Cinquestelle. Producendosi in alcuni casi in un sorpasso demagogico sui rivali-sodali. È il caso della proposta della Commissione europea di inserire il nucleare pulito e il gas naturale tra le energie sostenibili. Letta la boccia senza se e senza ma, e Conte, che certo non può essergli da meno, replica il no con un tweet. Sennonché la foga di piazzare per primi la bandierina dell’ambientalismo confonde ai duellanti il bersaglio del loro rifiuto. Che non riguarda la decisione sovrana dell’Italia se utilizzare o piuttosto scartare queste energie. Ma il diritto degli Stati nuclearisti, e tra questi la Francia, di difendere la stessa autonomia e, soprattutto, di investire nella ricerca. Bocciare la tassonomia delle fonti sostenibili vuol dire mettere i bastoni tra le ruote a Macron e a Draghi, che con l’Eliseo tesse, da protagonista, un sottile quanto prezioso progetto europeista. E vuol dire sconfessare il ministro-scienziato, Roberto Cingolani, secondo cui «l’ideologia è il peggior nemico della transizione ecologica». Che, in una prospettiva riformista, non può essere una retromarcia economica in nome della decrescita, ma piuttosto un disallineamento dello sviluppo dal fabbisogno energetico: vuol dire crescere di più, consumando di meno.

Più del merito, è il metodo di Letta che sgomenta. Tre settimane fa una deputata di Leu, Rossella Muroni, presenta una mozione per impegnare Draghi a porre un veto su nucleare e gas al Consiglio europeo. La Camera la boccia con 407 voti contrari, 9 astenuti e 9 favorevoli. Pd e Cinquestelle stanno compatti con la maggioranza, perché sanno che l’approvazione di un simile vincolo basterebbe ad aprire una crisi. Non a caso il governo verde-giallo-rosso di Berlino, da sempre antinuclearista, annuncia l’astensione in nome del realismo. Lo stesso che impone a un paese con una forte dipendenza energetica, come l’Italia, di restare agganciato al metano, se non vuole avventurarsi in una rivoluzione di sistema che finirebbe per coincidere con un regresso economico e civile. Poi la retromarcia del segretario, suggerita dagli appelli di attivisti dell’ambientalismo integralista su quotidiani e siti. Si può pensare che quella di Letta sia un’ipocrita doppiezza. Che in un Parlamento ormai sotto traccia sposa il realismo, e sui media cede al populismo acchiappaconsensi. Ma quel no pesa sul futuro, e condiziona la navigazione di Draghi o di chi, a Palazzo Chigi, ne raccoglierà il testimone.

Si dirà che il rifiuto del nucleare non è la prova di uno slittamento ideologico. Che si può essere antinuclearisti e riformisti convinti. Il fatto è che la pronuncia di Letta è solo l’ultima di una serie di sortite che riconsegnano il Pd al massimalismo populista della sinistra italiana dura e pura. Ha iniziato, prima ancora di tornare al Nazareno, elogiando la democrazia del sorteggio di Beppe Grillo. Poi si è presentato al popolo democratico con la proposta di un’eredità universale di 10mila euro ai diciottenni, pagata con esose tasse di successione sugli eredi dei ricchi. Ha sposato senza riserve il reddito di cittadinanza, che fino a pochi mesi prima il Pd aveva denunciato come la più inutile e onerosa misura del governo gialloverde. Ha archiviato il merito a vantaggio del precariato nella scuola. Ha promosso la statalizzazione di grandi imprese e servizi pubblici. Ha piegato la riforma tributaria a una redistribuzione a pioggia dell’Irpef, anziché tagliare il cuneo fiscale sul lavoro dei giovani. Ha proposto una legge sugli ammortizzatori sociali che garantisce la cassa integrazione dopo la chiusura delle aziende, anziché riconvertire e ricollocare i lavoratori espulsi. Ha votato due volte su tre con i Cinquestelle per frenare il riformismo sulla giustizia, dalla prescrizione fino all’ergastolo ostativo. Ha sbattuto la faccia sui diritti civili, rinunciando a una ragionevole mediazione sulla legge Zan.

Di fronte a questa torsione verso il Novecento, non ha senso chiedersi se Letta ci è, o piuttosto ci fa. Se il suo ripiegamento sia il frutto di un’infatuazione per le tesi di un’irredimibile gauche parigina, o piuttosto l’astuzia o l’azzardo di un politico che non può perdere una seconda volta, dopo il traumatico sfratto ad opera di Matteo Renzi. In un caso o nell’altro, l’accelerazione ideologica del segretario dem punta a egemonizzare una domanda di radicalismo ancora presente nel corpo sociale, a prosciugare i grillini e a riportare la sinistra vicina al trenta per cento dei suoi tempi migliori, per poi puntare su Palazzo Chigi con una coalizione in cui, volenti o nolenti, alla fine staranno insieme tutti quelli che non vogliono consegnare il Paese a Salvini o Meloni.

Dopo l’Ulivo e l’Unione, l’idea di governare la giustizia, ieri con Mastella e Bertinotti, oggi con Costa e Bonafede, e magari lo sviluppo industriale con Calenda e Lezzi, torna come una suggestione senza tempo della sinistra che rinuncia a fare tesoro dei suoi errori. La globalizzazione e la crisi sanitaria hanno divaricato riformismo e massimalismo in una misura non più componibile. Come si tengono insieme chi propone la patrimoniale e chi punta a ridurre le tasse? Chi vuole solo redistribuire la ricchezza e chi insegue la crescita con l’allargamento delle opportunità? Chi considera giusto pagare di più gli insegnanti migliori e chi restituisce al Ministero anche pochi spiccioli se non sono divisi in parti uguali per tutti? Chi difende il Jobs Act e chi lo considera una terribile malattia? Chi vaneggia ogni due minuti di liberismo selvaggio e chi invoca concorrenza e liberalizzazioni? Chi pensa che la soluzione ad ogni problema sia lo Stato e chi proclama “meglio Stato e più mercato”? Lo ha chiesto ieri in un’intervista Luigi Marattin, economista di Italia Viva, a Enrico Morando, storica coscienza migliorista del Pd. Tutte le sue domande si riducono a una sola: oltre a compiacere D’Alema, che ci stanno a fare i riformisti in un partito ridotto così?

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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