D'Alimonte: "Salvini fa l'acrobata, non uscirà dalla maggioranza"

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Agf (Photo: Agf)
Agf (Photo: Agf)

“Salvini è un acrobata che cammina sulla corda sospesa a mezz’aria: il suo ingresso nel governo Draghi è stata una svolta importante, ma al contempo critica Bruxelles e parte delle misure governative. Questa ambiguità è alla radice del calo di consensi leghista, ma non credo che uscirà dalla maggioranza”. Il politologo Roberto D’Alimonte analizza quella che definisce “una scommessa” da parte del Capitano in Europa: “Il Ppe è il partito dell’austerità, di Merkel e Weidmann, e lui vuole tenersi le mani libere per criticarlo se tornerà a invocare vincoli rigidi. Per questo preferisce un gruppo che non vuole uscire dall’Ue ma invoca cambiamenti forti”.

Professore, la montagna della resa dei conti nella Lega ha partorito il topolino dell’unanimità sulla linea di Salvini, con tanto di mea culpa di Giorgetti. Dalla suggestione dei cazzotti allo stile bulgaro. E’ un compromesso che può durare?

Per un’analisi realistica sulla Lega bisogna partire da due fatti. Il primo è che Salvini l’ha portata dal 4 al 30% ed è questa la forza della sua leadership nel partito. Anche se dopo la crisi del Papeete è iniziata una discesa che oggi lo vede tra il 17 e il 20%. Il secondo fatto riguarda gli esiti delle amministrative: nei 118 comuni superiori ai 15mila abitanti la Lega ha preso il 7,7%, il Pd il 19% e Fd l’11,1%.

Il punto è il sorpasso di Giorgia Meloni?

Due anni fa alle Europee la Lega negli stessi 118 comuni aveva preso il 28,4% e FdI il 6,6%. Qualcosa non torna: è una fase difficile. Acuita dalla divisione tra la linea moderata di Giorgetti e di buona parte degli imprenditori del Nord e quella ambigua , in parte sovranista-radicale-populista di Salvini. Anche se l’ultimo consiglio federale ha mostrato con chiarezza che il segretario ha il pieno controllo del partito.

La fase difficile non è migliorata – anzi - con la partecipazione al governo Draghi. E’ stata una scelta sbagliata?

Salvini è un acrobata. Vuole tenere i piedi in due staffe. Il suo appoggio a Draghi fa parte di un progetto moderato, il sì al governo è stata una svolta importante che non va sottovalutata. A cui però si accompagnano i toni critici verso l’Europa e alcune misure governative. ll leader della Lega cammina su una corda sospesa a mezz’aria.

Bella immagine, ma precaria.

Se Salvini deciderà di uscire dalla maggioranza sarebbe una netta scelta di linea. Ma per ora non lo dice e non credo che lo farà. Perché è convinto di poter vincere con questo atteggiamento le prossime elezioni.

I dati sembrano dire il contrario. O invece ha ragione Giorgetti che l’investimento su Draghi è a lunga scadenza e non si perde il capitale?

A mio avviso il motivo del calo di consensi è proprio questo. Non convince i moderati, perplessi di fronte alla sua ambiguità, che si astengono o votano qualcun altro. E perde i voti radicali che considerano far parte del governo di unità nazionale un handicap rispetto alla coerenza della Meloni. Però…

Però?

Dal suo punto di vista Salvini ha ragione a dire no all’ingresso nel Ppe. Quello è il partito dell’austerità, della Merkel e di Weidmann. Si preoccupa di cosa succederà con e dopo il Pnrr: quali saranno le regole fiscali e finanziarie comuni dopo la pandemia? Se la Germania tornasse a chiedere vincoli rigidi, lui avrebbe perso l’autorevolezza per criticarla facendo parte dei Popolari.

Ma costruire un gruppo con Orban, Le Pen e Morawiecki non è un’alternativa auto-ghettizzante?

Salvini preferisce tenersi le mani libere all’interno di un gruppo che non chiede l’uscita dall’Unione Europea ma cambiamenti forti. E’ una scommessa che può essere razionale dal punto di vista elettorale. Ma non ho la palla di cristallo per prevedere se la vincerà.

Cosa succederà a febbraio sul Quirinale?

Entrambi gli schieramenti hanno circa 450 voti, con la destra più compatta e la sinistra più frammentata. Resta una massa di manovra formata da un centinaio di “cani sciolti” tra piccoli gruppi e non iscritti. Abbiamo così tre possibili scenari. Uno: lo scontro tra i due poli, con lo spettacolo avvilente della conta sul candidato di ognuno. Due: l’accordo su un nome di garanzia per tutti, Draghi o chi per lui.

Terzo scenario?

Una soluzione intermedia con lo spacchettamento dei due poli. Salvini e Berlusconi si mettono d’accordo con Letta e Conte per un candidato della maggioranza di governo. Oppure Pd, Lega e Forza Italia escludono M5S e FdI. Nel primo caso si rompe il centrodestra, nel secondo anche il centrosinistra. E i cocci si vedrebbero al momento delle elezioni.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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