Dall’Afghanistan all’Africa: esportare la democrazia? (di C. Tornimbeni)

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US soldiers stand guard behind barbed wire as Afghans sit on a roadside near the military part of the airport in Kabul on August 20, 2021, hoping to flee from the country after the Taliban's military takeover of Afghanistan. (Photo by Wakil KOHSAR / AFP) (Photo by WAKIL KOHSAR/AFP via Getty Images) (Photo: WAKIL KOHSAR via Getty Images)
US soldiers stand guard behind barbed wire as Afghans sit on a roadside near the military part of the airport in Kabul on August 20, 2021, hoping to flee from the country after the Taliban's military takeover of Afghanistan. (Photo by Wakil KOHSAR / AFP) (Photo by WAKIL KOHSAR/AFP via Getty Images) (Photo: WAKIL KOHSAR via Getty Images)

(di Corrado Tornimbeni, Professore Associato di Storia e Istituzioni dell’Africa – Alma Mater Studiorum Università di Bologna)

I fatti che si stanno vivendo in questi giorni in Afghanistan hanno innescato un dibattito sulla “esportabilità della democrazia”, in primis su HuffPost. Un dibattito peraltro non nuovo, ma che vale senz’altro la pena riprendere, soprattutto se occasione per andare ulteriormente oltre facili prospettive ideologiche e per capire che non riguarda solo queste regioni lontane dal nostro occidente europeo.

Chi scrive non è un esperto di Afghanistan, ma dalla mia prospettiva di studi sulla storia dei sistemi politici e sociali dell’Africa, e per la precisione di quella parte enorme del continente che viene denominata Africa sub-sahariana, ritrovo questioni importanti che spesso discuto con colleghi e studenti. In fondo, l’Africa sub-sahariana da tempo costituisce un universo molto interessante per osservare ed approfondire dinamiche “globali” che riguardano anche i nostri contesti in occidente così come altre regioni via via descritte come paesi in via di sviluppo, terzo mondo, sud del mondo.

Nei nostri corsi universitari, una delle questioni che suscitano maggior interesse tra gli studenti, e non da oggi, è infatti la “esportabilità” o meno della democrazia, o, se vogliamo, la presunta “imposizione” o meno della democrazia ai paesi africani (e per estensione ai paesi del sud del mondo) da parte delle istituzioni occidentali. Muovendo dalla ipotizzata contraddizione tra l’individualismo delle democrazia liberale e i valori comunitari che permeerebbero le società africane, ne consegue la domanda se tali società sono “adatte” ad accogliere la democrazia o se sono culturalmente orientate altrove, ad istituzioni che regolano le forme di gestione del potere e di formazione del consenso in modo diverso dalla democrazia liberale, magari sulla base di ordini tradizionali e religiosi che non appartengono all’esperienza occidentale, e che andrebbero riconosciuti, o persino protetti e preservati come se il mito del buon selvaggio non ci avesse insegnato niente. È un problema, uno dei vari problemi che accompagnano la discussione partigiana sulla universalità della democrazia. Lasciando per un momento da parte l’altresì importante punto del come – i mezzi -, troppo spesso ci si confonde su cosa si dovrebbe “esportare” (regole istituzionali? modelli sociali?), ma soprattutto troppo spesso manca il riferimento all’esperienza storica precisa delle aree di cui stiamo parlando e con cui i vari piani della democrazia dovrebbero interagire.

La discussione sull’imposizione dall’esterno della democrazia su società locali non adatte ad accoglierla, dunque la promozione “senza scelta” della democrazia da parte delle istituzioni politiche ed economiche occidentali, nella storia contemporanea dell’Africa sub-sahariana ha sofferto senz’altro di alcuni problemi. In primis, stupisce che per il continente africano, come per altre regioni extra europee, si continui ad adottare una visione omogenea e reificata della cultura locale, con comunità immobili nel tempo e nello spazio. In secondo luogo, si sottovaluta quanto si parli di società già da tempo permeate delle regole democratiche, in cui semmai la democrazia subisce un arretramento per una varietà di spinte ascrivibili sì a fattori locali, ma anche internazionali, sempre che una tale distinzione possa essere fatta in un mondo, alcuni direbbero, segnato da topografie del potere eminentemente transnazionali. Di conseguenza, si ignora tutta l’articolazione dei percorsi storici che hanno visto le società locali lottare e lavorare per sistemi politici pluralisti basati sulle libertà politiche e civili riconosciute innanzitutto in occidente. In terzo luogo, non ci si chiede quale tipo di democrazia nella pratica le istituzioni politiche ed economiche internazionali abbiano effettivamente promosso: in particolari congiunture storiche, ad esempio, potrebbe essere risultato più conveniente emarginare le istanze più radicali che emergevano dai processi democratici stessi, se non dare priorità alla stabilità politica rispetto alla democrazia per sé per i più svariati motivi (attuazione delle regole del mercato, lotta al terrorismo ecc.), facendo il gioco di governi locali sempre più autoritari. Infine, un elemento chiave: difficilmente viene incluso nella discussione il dibattito sui fallimenti delle politiche di sviluppo concordate a livello internazionale. Tali fallimenti potrebbero aver contribuito in maniera decisiva, a ben guardare, alla frammentazione delle comunità politiche che dovevano sostenere gli ordini democratici, e indicano come il discorso della cittadinanza sia diventato da tempo il punto di convergenza sia delle potenzialità che delle criticità degli ordini democratici dei vari paesi. In fondo, sono i cittadini a potersi candidare e sono i cittadini a poter votare.

Ecco, se prendiamo in considerazione questi punti ci accorgiamo che le varie aree di crisi, dall’Africa ai paesi asiatici, segnalano un arretramento della democrazia di cui certo non è immune l’Europa stessa, e che va esaminato non per negarne oggi l’universalismo in nome di un ampiamento screditato relativismo culturale, ma per affermare la necessità di analizzare le dinamiche dello sviluppo e le specificità locali al fine di capire le sfide ai contenuti di una democrazia veramente inclusiva al di là della proposizione, se vogliamo necessaria, di certi modelli istituzionali universali.

Le tensioni tra i diritti e le libertà individuali da una parte e le forme di appartenenza a realtà sociali in cui l’individuo è calato non è certo una prerogativa delle esotiche aree extra-europee ed extra-statunitensi. Il dibattito tra cittadinanza liberale, repubblicana e un comunitarismo per cui è difficile scindere l’individuo dalle forme di appartenenza a specifiche comunità sociali, mi si perdoni la semplificazione, è ben radicato nella cultura politica occidentale – e non è il mio mestiere approfondirlo. Ma quello che a stento si considera è come quella tensione in molti paesi del sud del mondo risenta di una specifica origine di quelle comunità di riferimento, con divisioni che hanno fatto parte della storia complessa e dolorosa della costituzione stessa dello stato sotto forma di stato coloniale. Le fratture della cittadinanza in tali contesti, funzionali alle strutture del potere, sono state associate a divisioni identitarie, sociali e persino religiose, o etniche, tribali, di casta... politicizzate e dunque da quel momento cristallizzate nel tempo.

In Africa, erano propri i leader delle indipendenze - un’epoca neanche tanto lontana – ad essersi posti la priorità del superamento di quelle fratture eredi delle strutture di potere dello stato coloniale. Doveva essere un elemento cardine anche delle ricette di sviluppo post-coloniali, ma l’ordine democratico fatto di una cittadinanza libera e inclusiva fu presto sacrificato sia sull’altare del rafforzamento (autoritario) delle istituzioni politiche e della sovranità dei paesi, sia per il fallimento delle varie ricette dello sviluppo avanzate nel corso dei decenni. Una di queste, il mercato tout court, promosso come non mai proprio dalla partnership con le istituzioni economiche internazionali, finì per minare le basi del consolidamento della democrazia inclusiva proprio quando quest’ultima tornò finalmente al centro delle priorità politiche continentali con la fine della guerra fredda. Da allora, in virtù di una stabilità politica necessaria per gli investimenti economici internazionali, la democrazia inclusiva è stata più volte messa da parte sia dalle leadership locali, consapevoli che la propria constituency si era spostata più sul piano internazionale che su quello locale, sia dalle istituzioni internazionali o da nuove potenze come la Cina. Non a caso le regole della cittadinanza hanno spesso visto una rivisitazione sempre più escludente che ha di nuovo elevato le forme identitarie (etniche, tribali, religiose ecc.) ad elemento regolatore della vita politica dei paesi del continente, un fenomeno di cui sentiamo l’eco anche nelle nostre stesse società oggi, se facciamo attenzione. Non si è trattato dunque del riemergere di ataviche realtà sociali premoderne, di per sé aliene all’ordine democratico, bensì del declinarsi di forme di accesso alle opportunità internazionali secondo strutture proprie della realtà storica locale, che attori locali e internazionali avevano nel tempo contribuito a lasciare in eredità alle popolazioni, pardon ai cittadini, di quei paesi.

Scevro, spero, da ogni tentazione di “dirittismo” come di relativismo culturale a cui Barbano ha richiamato dall’HuffPost, corro il rischio invece di essere tracimato in qualche “sofisma intellettuale” per invitare commentatori e analisti ad una continua attenzione allo studio specifico del contesto storico, sociale e politico locale. Ne gioverebbe una comprensione non sterile delle difficoltà della democrazia nelle aree di crisi, fuori e dentro l’occidente, e dunque dello stesso dibattito sulla universalità della democrazia. Contando magari di poter leggere in questi giorni anche qualche approfondimento di esperti dell’area afghana.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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