Dalla cancel culture non si salva nessuno, neanche Johnny Depp che denuncia: "Ormai è fuori controllo"

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Johnny Depp (Photo: -)
Johnny Depp (Photo: -)

Nessuno si salva dalla cancel culture. L’avvertimento arriva da Johnny Depp, ultima proclamata vittima della cultura della cancellazione, atteggiamento “ormai fuori controllo” di colpevolizzazione e privazione di sostegno e gradimento ai danni di personaggi pubblici, aziende o prodotti culturali ritenuti portatori di un messaggio offensivo o politicamente scorretto.

“Questa corsa al giudizio è tanto fuori controllo che nessuno è al sicuro, ve lo assicuro”, ha detto la star di Hollywood durante la conferenza stampa del San Sebastian Film Festival, in Spagna, prima di ricevere il Donostia Awards. Per i giornalisti divieto di fare domande sul burrascoso divorzio dell’attore dalla collega Amber Heard, che aveva generato reciproche accuse di violenze tra i coniughi. Per non parlare della causa per diffamazione persa da Depp lo scorso anno contro The Sun, tabloid britannico che lo aveva definito “picchiatore di mogli”.

“Non importa se un giudizio, di per sé, ha assunto una licenza poetica. Quando c’è un’ingiustizia, che sia contro te stesso o contro qualcuno che ami, o qualcuno in cui credi, alzati, non sederti. Perché c’è bisogno di te”, ha detto la star con evidente riferimento alle sue vicissitudini personali. Poi, dicendosi onorato del premio ricevuto, Depp ha rincarato la dose con un atto di accusa al sistema: “Basta una frase e non c’è più spazio. Non è successo solo a me, ma a molti. Purtroppo a un certo punto le persone iniziano a pensare che sia normale, o che per loro sia finita. Ma non è così”. “Armarsi di verità è tutto ciò di cui si ha veramente bisogno”, ha aggiunto.

Non solo Depp. L’attore è, in ordine di tempo, l’ultima delle celebrità che hanno palesato dissenso per una tendenza che rischia di trasformare la società in “inflessibile, paurosa, vendicativa e priva di senso dell’umorismo”, aveva sottolineato qualche tempo fa il cantautore australiano Nick Cave in una lettera pubblicata dallo Spectator. L’artista aveva scritto che “la cancel culture è la distruzione dell’anima creativa” e che “il politically correct è diventato la più infelice religione del mondo”.

Prima di Cave a fare notizia, nell’estate 2020, era stata una lettera aperta di 150 scrittori, personalità e intellettuali pubblicata nel luglio 2020 su Harper’s Magazine. Tra i firmatari, nomi del calibro di Margaret Atwood, Ian Baruma, Noam Chomsky, Salman Rushdie e J.K. Rowling: compatti nel denunciare l’intolleranza culturale e nel difendere la libertà di pensiero e parola.

Un documento giunto nelle settimane successive alle proteste anti-razziste per l’assassinio dell’afroamericano George W. Floyd, che aveva scatenato un’onda emotiva di cancellazione del passato scomodo e di iconoclastia (si ricorderanno, per esempio, i tentativi di rimuovere o abbattere statue o monumenti considerati simboli della schiavitù o dei regimi coloniali, non solo in Usa ma anche in Gran Bretagna e nel resto del mondo, ndr). Nella lettera, il gruppo di intellettuali celebrava “le richieste più ampie di maggiore uguaglianza e inclusione nella società” scaturite dalle proteste per la giustizia razziale, sottolineando però come insieme a queste si fosse “intensificata una nuova serie di atteggiamenti morali e impegni politici che tendono a indebolire le nostre norme di dibattito aperto e tolleranza delle differenze a favore del conformismo ideologico”.

Una deriva, quest’ultima, che gli intellettuali avevano respinto rifiutando dogmi, censura e coercizione: “Le forze illiberali stanno guadagnando forza nel mondo, e hanno un potente alleato in Donald Trump che rappresenta una vera minaccia alla democrazia. L’inclusione democratica che vogliamo può essere raggiunta solo se facciamo sentire la nostra voce contro il clima intollerante che ha preso piede in tutte le parti”, si leggeva.

“Il libero scambio di informazioni e idee, linfa vitale di una società liberale, sta diventando sempre più limitato”, proseguiva la lettera aperta. “Mentre ci aspettiamo questo dalla destra radicale, la censura si sta diffondendo ampiamente anche nella nostra cultura”, ha aggiunto, puntando il dito contro le “richieste di punizioni rapide e severe in risposta a trasgressioni percepite come tali del linguaggio e del pensiero”. Tanti gli esempi di scrittori, editori e giornalisti allontanati da istituzioni e realtà lavorative per le loro opinioni: “Qualunque siano le argomentazioni su ogni particolare caso, il risultato è stato quello di restringere costantemente i confini di ciò che si può dire senza la minaccia di rappresaglia”.

“Rifiutiamo ogni falsa scelta tra giustizia e libertà, che non possono esistere una senza l’altra. Come scrittori abbiamo bisogno di una cultura che ci lascia spazio per la sperimentazione, il prendersi rischi e anche il fare errori. Dobbiamo preservare la possibilità di un disaccordo in buona fede”, incalzava l’appello dei 150, che non è rimasto isolato.

La lista di personalità che si sono esposte criticando la deriva del politicamente corretto e della cancel culture è lunga. Ricordiamo Ricky Gervais, comico e attore inglese presentatore dissacrante di cinque cerimonie dei Golden Globe, che ha affermato: “Se sei tu che spegni la TV non è censura. Se sei tu che cerchi di far spegnere la TV agli altri, perché non ti piace qualcosa di ciò che stanno guardando, allora il discorso è differente. Non si dovrebbe andare a processo per aver detto una battuta che qualcuno non ha gradito”. “Se non sei d’accordo con il diritto delle persone a dire qualcosa con cui non ti trovi d’accordo, allora non sei d’accordo con la libertà di parola”, la chiosa di Gervais.

Tornando da dove eravamo partiti con Depp, ovvero dal mondo del cinema, impossibile non ricordare altri casi celebri. Uno su tutti: Kevin Spacey, premio Oscar oggetto di cancel culture da quando, nel 2017, finì sotto accusa per molestie e violenza sessuale. Spacey, che ora sta tornando sul set, si difese dalle accuse fin da subito, ma la sua agenda professionale venne immediatamente azzerata: Netflix decise di chiudere con la sesta stagione la serie House of Cards, mentre Ridley Scott lo sostituì con Christopher Plummer per il ruolo di Paul Getty nel film Tutti i Soldi del Mondo.

È accaduto lo stesso al regista Woody Allen, sospettato di molestie alla figlia adottiva ma scagionato dalle accuse per mancanza di prove. Vicissitudini che hanno portato alla messa al bando della sua biografia da parte di una casa editrice Usa e al boicottaggio americano dei suoi film.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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