Dalla "Colonna infame" all'ebola, la caccia agli untori

Marco Gritti

Quattro secoli di accuse, di sospetti, di torture e di violenze: l'isteria di queste settimane per il timore di contagio di coronavirus, che si è tradotto anche in Italia in episodi di discriminazione nei confronti di cittadini di origine cinesi, è soltanto l'ultimo esempio di una caccia all'untore che ha origini piuttosto antiche e risponde all'esigenza di trovare un colpevole contro cui puntare il dito. Dalla peste della prima metà del Seicento, raccontata dal Manzoni, al caso dell'ebola che, nel 2014, ha terrorizzato mezzo mondo, Italia compresa.

L'untore in letteratura: Manzoni e la colonna infame

Il caso più noto riguarda probabilmente Gian Giacomo Mora e Guglielmo Piazza, la cui storia è stata raccontata anche da Alessandro Manzoni ne ‘I promessi sposi' e nella ‘Storia della colonna infame', i due romanzi ambientati nella Lombardia del 1630, durante l'epidemia di peste portata dalle truppe tedesche, i lanzichenecchi, nel loro assedio nel nord Italia.

Mora e Piazza, rispettivamente barbiere e commissario di Sanità a Milano, vennero condannati a morte per essere gli untori dell'epidemia di peste nera che uccise oltre un milione di persone nel nord Italia. I due, a lungo interrogati e torturati dalle autorità, finirono per confessare una colpa di cui non si erano mai macchiati, quella di ungere le porte delle abitazioni del quartiere di Porta Ticinese, a Milano, e di diffondere il morbo tra i cittadini. Un'accusa terribile, al punto che al posto del negozio di Mora venne costruito un monumento che avrebbe dovuto fungere per sempre da monito contro gli untori: la colonna infame. Per abbatterla ci sarebbero voluti quasi centocinquant'anni; per sconfiggere la caccia ai capri espiatori, invece, ancora non si è trovata cura.

L'Ottocento e il colera: l'idea del veneficio

Due secoli più tardi fu la volta del colera: una serie di epidemie, dagli anni Trenta fino agli albori degli anni Novanta, che colpirono tutta Italia. Neppure in quel caso tardarono a nascere strampalate teorie: in Basilicata, ad esempio, dove si diffuse il timore che si trattasse di venefici, ovvero di omicidi perpetrati ricorrendo a sostanze velenose, commessi da galantuomini, possidenti e uomini benestanti. Contro di loro, accusati di usare il colera-veleno, si ribellarono quindi le fasce più povere della popolazione secondo cui i ricchi si sarebbero sentiti minacciati nei loro interessi dall'aumento della popolazione e avrebbero pertanto proceduto con infezioni mirate.

Oppure nella Sicilia raccontata da Giovanni Verga nella novella intitolata ‘Quelli del colera' contenuta nella raccolta ‘Vagabondaggio', del 1887. In quel testo, di fantasia, l'autore siciliano racconta degli episodi di ferocia ai danni di uomini e donne, forestieri, accusati di essere untori.

I giorni nostri: dalla malaria dei migranti irregolari all'ebola

Non è fiction ciò che dichiarò, nel settembre del 2017, il leghista Toni Iwobi. Pochi giorni dopo il caso di una bambina italiana di appena quattro anni morta di malaria a Brescia, l'esponente del Carroccio originario della Nigeria lanciò un monito: “Che assicurazioni danno la presidenza del Consiglio e i ministri dell'Interno e della Salute che le orde di finti profughi che stanno invadendo l'Italia non stanno anche portando gravissime malattie?”, si chiese.

Appena tre anni prima, negli Stati Uniti, il panico per l'epidemia di ebola scoppiata in Guinea era sfociata in episodi di discriminazione e xenofobia: dall'appellativo ‘ebola' rivolto alle persone con la pelle scura ai casi di sospensione forzata dal lavoro per via della propria nazionalità, anche l'America aveva fatto i conti con i propri pregiudizi.