Dalla Tunisia all'Italia su un barchino per 5000 euro, col rischio di morire in mare

Alessandro Serrano' / AGF

AGI - Piccole imbarcazioni, munite di potenti motori fuoribordo, condotte da esperti scafisti si muovevano tra le città tunisine di Al Haouaria, Dar Allouche e Korba e le province di Caltanissetta, Trapani e Agrigento: in meno di quattro ore trasportavano dalle 10 alle 30 persone per volta, e se qualcosa andava storto i migranti potevano essere gettati in mare.

Condotta sia con metodi tradizionali sia attraverso intercettazioni, l'indagine della squadra mobile di Caltanissetta che ha portato a 18 arresti per traffico di migranti tra la Sicilia e la Tunisia è partita dalla segnalazione di un pescatore di Gela, che il 21 febbraio 2019 all'imbocco del porto di Gela vide incagliarsi una barca in vetroresina di 10 metri con due motori da 200 cavalli.

Si trattava, spiega la polizia, di un'imbarcazione rubata a Catania pochi giorni prima e che erano sbarcate decine di persone presumibilmente di origini nord africane. Da questo episodio si è risaliti a una ragnatela di affari i cui fili erano in mano a una coppia di tunisini, e le vittime i migranti, che sborsavano ciascuno fino a 5.000 euro a viaggio, con partenza dalla Tunisia e sottoposti a condizioni inumane e degradanti oltre che al rischio di perdere la vita.

A carico degli indagati, 11 di nazionalità tunisina e 7 italiana, secondo la ricostruzione fatta dalla Procura della Repubblica nissena e vagliata dal Gip, vi sono gravi indizi di partecipazione a un'organizzazione criminale dedita al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, reato aggravato dal fatto che l'associazione era composta da più di dieci persone e aveva carattere transnazionale.

Una coppia di tunisini raccoglieva i migranti

La coppia, un uomo e una donna tunisini, non erano nuovi a questo genere di traffici. All'epoca dei fatti erano sottoposti agli arresti domiciliari per analoghi reati - per i quali hanno riportato condanna ritenuta definitiva nel corso delle indagini - e gestivano il traffico da una casa a Niscemi.

Qui risiedeva anche il capo della banda, mentre la cassaforte stava a Scicli, nel Ragusano, dove agivano due tunisini. Gli aspetti logistici erano affidati a cinque italiani, come l'ospitalità subito dopo lo sbarco sulle coste siciliane ed il trasferimento degli scafisti dalla stazione dei pullman alla base operativa.

Infine, gli scafisti: erano un italiano e tre tunisini, mentre altri quattro tunisini raccoglievano in patria il denaro dei migranti che volevano raggiungere l'Europa. Il prezzo pro-capite, pagato in contanti in Tunisia prima della partenza, si sarebbe aggirato tra i 3000 e i 5000 euro; il presunto profitto dell'organizzazione criminale, quindi, si attesterebbe tra i 30.000 e i 70.000 euro per ogni viaggio.

A capo della banda un imprenditore agricolo di Niscemi

Il denaro raccolto in Tunisia arrivava a Scicli attraverso note agenzie internazionali specializzate in servizi per il trasferimento di denaro, e poi veniva versato su carte prepagate dei membri della banda, che in parte o reinvestivano comprando nuove imbarcazioni da utilizzare per le traversate.

Il capo della banda sarebbe un imprenditore agricolo di Niscemi, che aveva messo a disposizione la base operativa in una masseria del luogo, in cui c'è anche un campo di volo privato. Gli scafisti di spola provenienti dalla Tunisia arrivavano qui e qui giungevano anche le imbarcazioni, trasportate su speciali autocarri, da impiegare per le traversate dalle coste nord africane a quelle siciliane: partivano da Gela o dalle coste dell'agrigentino per raggiungere la Tunisia e far immediato rientro con il "carico" di migranti. Il proprietario della masseria aveva perfino assunto uno dei tunisini come bracciante agricolo per fargli eludere la misura degli arresti domiciliari ed ottenere la concessione di appositi permessi.

E lo stesso imprenditore niscemese sarebbe andato personalmente, talvolta, in Tunisia per definire gli accordi sulle fasi della traversata, le modalità di spartizione dei profitti e offrire fittizi contratti di lavoro ai migranti giunti in Italia.

Sei scafisti sfuggiti all'arresto

Tra i viaggi organizzati spicca quello del 26 luglio 2020, quando un'imbarcazione partita dal Porto di Licata in direzione delle coste tunisine per prelevare i migranti ebbe un'avaria ai motori e rimase alla deriva in "mare aperto", da cui il nome dell'odierna operazione di polizia.

L'imbarcazione venne individuata dalle forze dell'ordine durante le fasi di rientro dalle coste tunisine e trovata a Mazara del Vallo, e furono identificati gli scafisti della banda. Dei 18 destinatari delle misure cautelari, 12 sono stati catturati mentre sei sono tuttora irreperibili poiché probabilmente all'estero. Le indagini continueranno per la loro individuazione, anche in territorio straniero.