Dallo stato di diritto all'energia: s'è rotto il blocco di Visegrad

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(L-R) Slovakia's Prime Minister Igor Matovic, Poland's Prime Minister Mateusz Morawiecki, Hungary's Prime Minister Viktor Orban and Czech Republic's Prime Minister Andrej Babis attend a joint press conference after a Visegrad Group (V4) meeting in Lublin, September 11, 2020. (Photo by Wojtek RADWANSKI / AFP) (Photo by WOJTEK RADWANSKI/AFP via Getty Images) (Photo: WOJTEK RADWANSKI via Getty Images)
(L-R) Slovakia's Prime Minister Igor Matovic, Poland's Prime Minister Mateusz Morawiecki, Hungary's Prime Minister Viktor Orban and Czech Republic's Prime Minister Andrej Babis attend a joint press conference after a Visegrad Group (V4) meeting in Lublin, September 11, 2020. (Photo by Wojtek RADWANSKI / AFP) (Photo by WOJTEK RADWANSKI/AFP via Getty Images) (Photo: WOJTEK RADWANSKI via Getty Images)

“La nostra cooperazione si è indebolita”. A un mese dal suo trentunesimo anniversario, le parole pronunciate dal ministro ceco per gli Affari europei, Mikuláš Bek, spalancano una riflessione all’interno del gruppo di Visegrad. Le diversità di vedute che separano i fantastici quattro (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria) ormai superano di gran lunga gli interessi comuni che, dopo la dissoluzione dell’Urss, li hanno portati a firmare l’alleanza. Dal 1993, quando il gruppo si allargò in seguito alla scissione della Cecoslovacchia, era nota anche come V4. Oltre a rafforzare il loro ruolo e a promuovere l’ingresso dei singoli Stati nell’Unione europea, il patto prevedeva una collaborazione in campo militare, economico, energetico e culturale. Ma se l’ingresso nel gruppo dei 27 è un obiettivo raggiunto da tempo e il loro peso decisionale si è via via rafforzato, le incomprensioni attuali riguardano altri aspetti non di certo secondari.

Le dichiarazioni rilasciate al quotidiano Hospodářské noviny dal ministro Bek, soprannominato a scanso di equivoci “Mr. Europa”, chiariscono bene la posizione del suo Paese. Sullo Stato di diritto, Praga ha deciso di non intraprendere la stessa strada di Ungheria e Polonia. “Non può essere altrimenti” ha sentenziato Bek, data la svolta illiberale che hanno imposto Fidesz, il partito ungherese di Viktor Orbán, e Pis, il partito polacco di Mateusz Morawiecki. Piuttosto, per Praga la via maestra da seguire deve essere quella tracciata da Parigi e Berlino. Fino all’elezione del leader del partito ceco Ods, Petr Fiala, insediatosi a dicembre, affermazioni simili erano però impensabili. Alle ultime elezioni, il presidente Orbán aveva sponsorizzato senza troppi filtri la campagna elettorale di Andrej Babiš, l’ex presidente ceco con cui i rapporti erano più che buoni. La Slovacchia, dunque, con l’elezione del primo ministro Eduard Heger e la rottura con i populisti, appariva come l’unica tra le quattro ancora in linea con gli standard europei. Tuttavia, la promessa del neoeletto ceco Fiala di non voler continuare sulla stessa linea del suo predecessore ha rinvigorito Bratislava.

Eppure lo scontro, con e nel gruppo, si era acceso al Consiglio europeo del dicembre 2020, durante l’approvazione del bilancio pluriennale e dell’elargizione dei fondi per la ripresa post Covid-19. Alle richieste degli Stati frugali di rinsaldare ancor di più il vincolo tra risorse europee e rispetto dello Stato di diritto, da Visegrad – su tutti Polonia e Ungheria - avevano risposto picche, minacciando l’uso del veto sulla decisione finale. L’accordo è stato poi trovato grazie alla mediazione tedesca.

In particolare, a Bruxelles preoccupava non poco l’ingerenza dei governi nel sistema giudiziario. La sentenza della Corte costituzionale polacca dell’ottobre del 2020 - che ha reso l’aborto ancora più difficile e che ha portato in piazza migliaia di persone come non se ne vedevano da trent’anni - e le polemiche in merito alla legislazione ungherese anti-Lgbt dello scorso luglio, sono state denunciate dalle istituzioni europee come un’evidente degenerazione illiberale e hanno complicato le discussioni sul Recovery fund. In più, i rimproveri a Budapest non si sono fermati qui e hanno interessato anche le modalità poco trasparenti su come venissero spesi i soldi europei e, in generale, sulla corruzione dilagante. Dubbi che hanno portato la Commissione europea a far slittare l’anticipo del Next Generation Eu e a minacciare la Polonia di sanzioni qualora non si fosse adeguata al rispetto delle leggi comunitarie. In supporto di Varsavia è intervenuto, guarda caso, il presidente ungherese, che ha definito la Polonia “il miglior Paese d’Europa”, una definizione non condivisa dagli altri due membri.

“Quando si parla dello Stato di diritto, gli slovacchi e ora i cechi sono altrove rispetto all’Ungheria e la Polonia”, ha affermato un funzionario di Bratislava che ha sottolineato come “entrambe le amministrazioni hanno un forte interesse a rafforzare, non a minare l’Ue”. L’alleanza pertanto sembrerebbe in procinto di dimezzarsi ma gli schieramenti variano a seconda della tematica.

Sull’obiettivo di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 previsto dal Green Deal europeo, ad esempio, l’opposizione di Polonia, Repubblica ceca e Ungheria è stata forte, mentre la Slovacchia non aveva esitato ad accettare i piani di Bruxelles. Budapest non è così dipendente dal carbone come le altre due, ma ha spacciato alla sua popolazione il pacchetto europeo come il tentativo di ostacolare gli interessi magiari. L’altro pacchetto, quello “Fit x 55” proposto dal vicepresidente della Commissione Ue Frans Timmermans, inoltre, per Orbán distruggerebbe la classe media europea e ne minaccerebbe la democrazia.

Le preoccupazioni principali arrivano però da Praga e Varsavia. Due su tutte: l’abbandono del carbone, forza motrice di questi Stati, e la paura di perdere parte dei fondi della Pac (Politica agricola comune), da destinare al nuovo progetto verde europeo. Per la Polonia, abbandonare il carbone vorrebbe dire ridisegnare l’interno comparto energetico. Varsavia è più interessata a lasciare le cose come stanno, producendone l’86% di quello estratto in Europa. Al governo di Morawiecki si era aggiunto quello ceco di Andrej Babiš, all’epoca ancora in sella e primo fra tutti a opporsi a qualsiasi tipo di ricollocazione dei fondi e a salvaguardare le due centrali nucleari nel Paese. Una delle ultime volontà di Babiš in Europa è stata quella di ostacolare, insieme alla Polonia, gli sforzi europei nel trovare una quadra in merito scambio di quote delle emissioni di gas serra.

Proprio allo scadere dell’anno, però, la tensione tra Polonia e Repubblica ceca si è alzata sopra la miniera di Turów, al confine tra i due Stati. Per Praga l’estrazione della lignite portata avanti dal governo polacco non rispetterebbe i livelli ambientali. A settembre era arrivata anche la condanna della Corte europea alla Polonia, chiamata a pagare una multa da 500mila euro al giorno fino al cessare definitivo delle attività della miniera. Il primo ministro Morawiecki ha già assicurato come questo non avverrà e oggi ha richiamato da Praga l’ambasciatore polacco, in seguito alle sue critiche mosse alla direzione della miniera. “Siamo onesti”, aveva ammesso l’ambasciatore Miroslaw Jasinski, “il motivo della disputa è stata l’arroganza di alcune persone. Prima di tutto della direzione della miniera. Poi c’è la gestione del Pge – la principale società energetica polacca controllata dallo Stato, ndr - e anni luce da lì ci sono i ministeri e il primo ministro”.

Insomma, al momento non corre buon sangue sull’asse Praga-Varsavia. Non che su quello Varsavia-Budapest fili sempre tutto liscio. Se Polonia e Ungheria si trovano infatti nella stessa barricata per difendere l’operato interno dall’ingerenza europea, appaiono invece molto distanti sugli alleati da scegliere. Come per tutti i Paesi di quell’area, quando si parla di relazioni esterne il primo pensiero va alla Russia, con cui la Polonia ha un rapporto ormai logoro mentre l’Ungheria tenta di allinearsi sempre più al pensiero del Cremlino, nonostante le rimostranze dei partiti di opposizione preoccupati del voltafaccia a Bruxelles. In Vladimir Putin e Viktor Orbán si trovano infatti molte somiglianze. È infatti evidente il desiderio di entrambi nel voler apparire come uomo forte in grado di mantenere la sicurezza e la prosperità della propria nazione, difesa ad ogni costo contro i nemici esterni che tentano di minarne la stabilità e di estinguerne la cultura.

Nel respingere il modello liberale europeo, Orbán ne ha trovato uno nuovo in quello russo, anch’esso protetto a spada tratta dagli attacchi che provengono dal di fuori. Per il presidente ungherese, la tendenza europea di fronte ad ogni problema è quella di incolpare Vladimir Putin, visto come responsabile di tutti i mali, come testimoniano le parole dell’ex ministro degli Interni tedesco, Horst Seehofer. Mentre, per il ministro tedesco, Mosca è la prima responsabile della crisi migratoria al confine tra la Polonia e la Bielorussia dell’altro amico ungherese, Aleksandr Lukashenko, per Orbán non c’è traccia della mano russa. Su tutt’altra linea si posiziona invece la Polonia, che vede in Mosca una minaccia e in Minsk un’attenta calcolatrice per destabilizzare l’Unione europea. Allo stesso tempo, però, il governo Morawiecki è stato accusato da più parti di respingimenti illegali e di aver monopolizzato la crisi per rafforzare la propria posizione interna.

Con la crisi energetica in atto, inoltre, Budapest si è buttata completamente nelle mani di Mosca. L’accordo siglato a fine settembre con la società russa Gazprom prevede la cessazione di 4,5 miliardi di metri cubi all’anno per quindici anni: 3,5 miliardi arriveranno da Serbia e Turchia, mentre il restante dall’Austria e dalla Germania, aggirando così l’Ucraina. Il prezzo fissato era superiore a quello di mercato ma in questo modo, ha garantito il ministro degli Esteri magiaro, verrà assicurato il riscaldamento nelle case e il funzionamento delle industrie per un lungo periodo di tempo (2036). Ma la collaborazione energetica, da molti vista più come un inchino di Budapest a favore di Mosca che come una reale partnership, non finisce qui. Nel 2014, un accordo tra ungheresi e i russi sul nucleare – su cui in Europa il gruppo Visegrad è invece compatto nel dire sì – aveva permesso di aumentare le capacità della centrale di Paks. La Polonia, al contrario, non ha mai nascosto il dissapore nei confronti di Gazprom, accusata di aver volutamente alzato i prezzi dell’energia. Quando vennero chiusi i rubinetti, il valore dei fertilizzanti è schizzato del 79%, mettendo così in difficoltà molti contadini polacchi. A fianco della Polonia si è schierata la Repubblica ceca, con l’eurodeputato Tomáš Zdechovský che vede il “bisogno di cooperare molto di più” per fronteggiare Mosca.

In definitiva, nel gruppo di Visegrad ognuno sembrerebbe far per sé, eccetto qualche situazione. Con i recenti cambi di governo in Slovacchia e, soprattutto, in Repubblica ceca con l’addio di Babiš, Viktor Orbán appare più isolato nella coalizione, appoggiato dal PiS polacco solo quando si parla di spalleggiarsi a vicenda in difesa delle ripetute violazioni dello Stato di diritto.

Eppure, Orbán non appare preoccupato. Per lui non esiste alcuna nessuna divisione, ma si tratta solo di qualche “attrito”. A dicembre aveva ne anche spiegato la motivazione in conferenza stampa, affermando che “sui quattro Paesi di Visegrad, tre non sono membri della zona euro” mentre uno lo è, quella Slovacchia sempre più attaccata a Bruxelles. Per questo, i rapporti che ogni singolo Stato ha sono diversi. Per il presidente magiaro le divergenze fanno parte del gioco, dunque: non proprio il massimo per il futuro del gruppo Visegrad, che adesso attende le elezioni ungheresi previste ad aprile per capire che direzione prenderà il Paese e, in caso, se prenderle ancora tutti insieme.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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