Daniele Del Giudice, l’esattezza della scrittura e il biancore

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Image from askanews web site
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Venezia, 2 set. (askanews) - La rarefazione della parola, nella sua esattezza, e della luce, nel suo biancore, a volte assoluto e bruciante. Daniele Del Giudice è stato uno scrittore schivo e profondamente europeo, una voce che sulla scena italiana aveva una sua unicità, anche circondata da un'aura che è limitativo, e forse banale, ridurre al ruolo di "erede di Italo Calvino", che puntualmente tutti gli abbiamo in qualche momento attribuito (peraltro legittimamente). Del Giudice era una figura diversa, più intima, benché con Calvino sicuramente condividesse un'intelligenza mobile e una passione seria per la leggerezza. Oltre che un afflato civile che lo ha portato a scrivere del disastro di Ustica, uno dei tanti buchi neri della storia italiana contemporanea, nonché il fastidio verso i premi letterari, attitudine - la stessa del Calvino degli anni Settanta - drammaticamente rara sulla scena del nostro Paese.

Malato da tanto, probabilmente da troppo tempo, lo scrittore, che era nato a Roma nel 1949, è morto a Venezia dopo un lungo silenzio, poco più di un mese prima aveva ricevuto il premio Campiello alla carriera. Una carriera che presenta - e anche questo è un tratto che contraddistingue una certa tipologia di scrittori grandissimi, come per esempio Kafka - una bibliografia limitata, figlia del controllo e della misura che Del Giudice imponeva alla propria scrittura. Cinque romanzi, sempre piuttosto brevi, due raccolte di racconti, un adattamento teatrale. Sembra molto poco, soprattutto in relazione all'esplosione incontrollata di pubblicazione universale che da qualche anno attraversa il sistema, ma che in realtà, e viene in mente Borges, il suo Aleph, aveva la densità che solo certi grandi autori sanno raggiungere.

Il suo primo libro, "Lo stadio di Wimbledon", era incentrato sulla figura di Bobi Balzen, ed ecco che subito stata un altro collegamento inevitabile: Del Giudice che muore a poche settimane da Roberto Calasso, altro nume vero della letteratura italiana, che con Balzen ha immaginato il progetto di Adelphi (Del Giudice è sempre rimasto un autore Einaudi) e che a Balzen ha dedicato il suo ultimo libro, uscito in libreria lo stesso giorno della sua morte. Si può parlare, naturalmente, di semplici coincidenze; ma trattandosi di vite letterarie, di uomini e storie che hanno un'anima triestina e mitteleuropea, le coincidenze non ci bastano, non esistono. Balzen e Del Giudice passavano dove passava Joyce: capite che la densità di qualunque situazione prende una coloritura diversa.

E poi quello che forse è il suo libro più letto, più importante e più sfuggente, "Atlante occidentale", costruito sul dialogo tra la letteratura e la scienza, tra due uomini e intorno al CERN di Ginevra, scritto con la limpidezza che, sola, riesce a creare un mistero più profondo e insondabile. Lo stesso, anche se a volte più manifesto, che attraversa i racconti di "Mania", piccoli capolavori di una forma di scrittura breve che in Italia, chissà perché, continua a essere poco praticata (anche qui con eccezioni, tra cui sempre Calvino, ma anche Sandro Veronesi, lui più per qualità che massa). "Staccando l'ombra da terra" è ancora una raccolta che parla del volo, in qualche modo della purezza del volo, che si corrompe tragicamente nel momento del disastro, simboleggiato appunto da Ustica, 1980.

Però, forse, è nel biancore polare che la letteratura di Daniele Del Giudice trova un suo vertice che potrebbe essere definito provvisorio e finale, se mai questi due aggettivi potessero stare insieme (e lo fanno, come lo fa Venezia, che ha accompagnato la vita dello scrittore fino all'ultimo). "Orizzonte mobile" è la storia di un viaggio verso l'Antartide nel quale vengono anche ripercorse alcune storiche spedizioni del passato: tragiche, eroiche, fallimentari, ma sempre abbacinanti. Ecco, in quella luce, in quell'assoluto superamento del colore, che è poi la forma più sublime (il sublime, ciò che va oltre, che non possiamo capire) del colore, in quel momento linguistico perfetto che fa pensare alla Cecità di Saramago (bianca, non nera), Daniele Del Giudice è arrivato con il proprio corpo e la propria lingua e lì, sul terreno dell'impossibile bianchezza (la Balena!, la Balena!) ha piantato le proprie parole. Che come impronte di astronauti sulla Luna, lì resteranno.

(Leonardo Merlini)

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