Dare slancio all'agricoltura africana per battere i conflitti. La strategia dell'Ifad

​Nuovi fondi per lo sviluppo agricolo contro il moltiplicarsi dei conflitti armati in Africa. È il monito emerso dal 43esimo Consiglio dei governatori dell'Ifad, che si è svolto a Roma, nella sede della Fao, martedì e mercoledì. “Se la risposta umanitaria è adeguata ad affrontare i sintomi dei conflitti, lo sviluppo agricolo permette di affrontare le questioni di lungo termine e di sviluppare meglio la resilienza e favorire pace e stabilità”, ha sottolineato Donal Brown, vicepresidente associato del Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (Ifad).

Dal 2018 al 2019 nel continente africano i conflitti armati sono aumentati del 36%, contribuendo a incrementare il numero di persone affamate e in situazione di povertà. Secondo gli esperti Ifad, esistono prove che dimostrano come interventi di sviluppo agricolo accelerino il processo di ripresa dalla devastazione di una guerra e permettano alle popolazioni di trarre solidi benefici della pace. Durante la due giorni di Roma i leader presenti hanno chiesto alla comunità internazionale di investire di più in sviluppo agricolo così da poter rispondere alla fame e alla povertà  causati da conflitti e cambiamenti climatici. “Concordiamo nel ritenere la situazione grave e di non avere tempo da perdere”, ha detto il presidente dell'fad Gilbert F. Houngbo in conclusione dei lavori. E ha aggiunto: “Dobbiamo incrementare la nostra azione e sfruttare le nostre risorse in modo da eliminare povertà e fame”. 

Agnes Matilda Kalibata, presidente dell'Alleanza per la Rivoluzione Verde in Africa (Agra) e recentemente nominata inviata speciale del Food System Summit 2021, ha citato il caso della guerra in Ruanda. Kalibata ha ricordato agli Stati membri Ifad che proprio il Fondo “fu la prima istituzione multilaterale ad arrivare in Ruanda dopo il genocidio, quando nessuno voleva essere lì”. E il Fondo fu tra le prime realtà “a investire sul governo locale in modo che potesse rafforzare il settore agricolo”. Dal genocidio del 1994 il Ruanda ha ottenuto risultati straordinari: grazie a una crescita economica forte, le persone che soffrono povertà e fame sono drasticamente diminuite.    

Lo sviluppo ha un ruolo nella prevenzione dei conflitti anche secondo il capo del direttorato generale per le Politiche di Sviluppo Internazionale del ministero Federale tedesco della Cooperazione e dello Sviluppo, Dominik Ziller: “Se le persone non hanno opportunità nei loro Paesi - ha avvertito - aumenta il rischio che criminalità e terrorismo si diffondano maggiormente, e che i signori della guerra trovino nuove reclute. Per farla breve, aumenta il rischio dell'instabilità e che gli Stati diventino più fragili”.     

A fargli eco Said Hussein lid, ministro dell'Agricoltura e dell'Irrigazione della Repubblica Federale di Somalia, che ha sottolineato come il suo Governo si stia concentrando sul creare opportunità per i giovani “in modo da evitare che le nuove generazioni scelgano la strada del terrorismo, della pirateria o della migrazione”. ​

 “Non può esserci sviluppo senza una pace durevole”, ha detto da parte sua Josefa Sacko, ambasciatrice e commissaria per l'Economia rurale e l'Agricoltura, parlando a nome della Commissione dell'Unione africana. Secondo Sacko, “i conflitti bloccano la produzione agricola e non permettono a milioni di persone di uscire dalla condizione di povertà”. Condizione resa peggiore dai disastri naturali, come l'attuale invasione di cavallette che sta distruggendo i raccolti in Africa Orientale, e dai cambiamenti climatici che “minacciano il sistema alimentare africano e sono elemento propulsore di migrazioni e conflitti”.     

Si stima che entro il 2030 i cambiamenti climatici creeranno 100 milioni di nuovi poveri. Di questi, 50 milioni si troveranno in una situazione di povertà a causa degli effetti dei cambiamenti climatici sull'agricoltura. I cambiamenti climatici aggravano i conflitti già in atto e hanno il potenziale per crearne di nuovi poiché determinano  una limitazione delle risorse disponibili.    

Nel 2018 eventi catastrofici hanno causato almeno 17,2 milioni di sfollati, il 90 per cento dei quali fuggiva dai pericoli dovuti a condizioni meteorologiche avverse e correlati al clima. “Sappiamo che il nostro pianeta, la nostra casa, è in fiamme”, ha detto Esther Penunia, segretario generale dell'Associazione di Agricoltori Asiatici. E ha aggiunto: “La crisi climatica ci sta colpendo. La nostra terra viene inondata, le nostre case e le nostre proprietà spazzate via, i nostri fiumi si seccano”.

Secondo Penunia, il mondo si deve rendere conto che i piccoli agricoltori sono parte della soluzione. Nel 2013 quando il tifone Haiyan colpì le Filippine, un gruppo di agricoltori si organizzò per migliorare un sistema diversificato di produzione biologica che permise di sfamare i sopravvissuti sia subito che due settimane dopo il tifone.      

Un focus ad ho è stato dedicato nella giornata conclusiva del Consiglio dei Governatori alle persone con disabilità. Le emergenze climatiche colpiscono infatti in maniera sproporzionata queste persone anche a causa della loro fragilità innata: sono tra le più marginalizzate e a rischio in una comunità colpita da crisi.  Si stima che ben 9,7 milioni di persone con disabilità siano oggi sfollate a causa di conflitti e persecuzioni.

“Ci dobbiamo assicurare che la frase ‘Non lasciare nessuno indietro' non sia solo uno slogan”, ha detto Yetnebersh Nigussie, attivista etiope per i diritti delle persone disabili. Nigussie ha concluso sottolineando la necessità di sviluppare progetti che utilizzino nuovi sistemi di raccolta dati sia sulla localizzazione che sulla definizione dei bisogni delle persone con disabilità.