Davanti a Draghi Due che nostalgia di Draghi Uno

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Italian Premier Mario Draghi attends the traditional year-end press conference in Rome, Wednesday, Dec. 22, 2021. (AP Photo/Domenico Stinellis) (Photo: via Associated Press)
Italian Premier Mario Draghi attends the traditional year-end press conference in Rome, Wednesday, Dec. 22, 2021. (AP Photo/Domenico Stinellis) (Photo: via Associated Press)

Draghi non fa più Draghi, ha spiegato su Huffpost Alessandro De Angelis. Chissà, forse non fa il Draghi che molti di noi avevano sperato che fosse. Il Draghi Uno era apparso più risoluto e capace di domare l’asilo infantile dei partiti che lo sostengono, sulla spinta della legittimazione della chiamata presidenziale che aveva moltiplicato la già indubbia autorevolezza di una personalità outstanding.

Ma se il Draghi Due comincia a rimanere invischiato in faticose negoziazioni verso il peggio è perché, come ha spiegato in modo convincente il vicedirettore di Huffpost, ha accettato di entrare nel “Great Game quirinalizio”. E se ha accettato di farlo, è perché forse non ha mai percepito come una missione incondizionata e incondizionabile quella di gestire un’Italia disastrata e a rischio collasso (politico, economico e quindi anche sociale) in una fase critica come quella attuale, ma potenzialmente utile per individuare un qualche viottolo verso la ripresa.

Possiamo anche cogliere un Draghi Uno e un Draghi Due “percepiti”. Il Draghi della comunicazione sobria e schiva. Quanto ci è piaciuta all’inizio, così diversa dallo stile da egocentrico arruffapopolo e abile imbonitore del predecessore. Poi, però, quello stile ha cominciato a divenire troppo silenzioso. Silenzio assordante quando il premier non ha ritenuto di spiegare agli italiani la prosecuzione delle Stato di emergenza e le nuove restrizioni del decreto legge del 24 dicembre. Tanto quanto quello della vigilia dell’Epifania che ha portato nella calza il carbone di un palese sconquasso nella maggioranza – nonostante le patetiche rassicurazioni di un Brunetta sopra le righe davanti ai microfoni dei giornalisti, in preda a esaltazione narcisistica per le restrizioni poste ai cittadini. Ma ha portato anche una misura importante e certamente controversa come quella dell’obbligo vaccinale agli over 50, che avrebbe meritato lo sforzo delle parole autorevoli, convincenti e rassicuranti del premier. E invece è stata commentata al buio, calata ormai la sera, davanti a Palazzo Chigi, da ministri sballottati tra ansia, affaticamento e preoccupazione (e come si diceva, una fuori luogo esaltazione).

Certo, avere a che fare con i protagonisti della commedia dell’arte in versione politica, piccoli personaggi che si agitano senza rotta, alla ricerca solo di scialuppe, deve essere estenuante. Ma questa è la politica italiana. E enorme è la posta in gioco. Forse Draghi, aprendo all’ipotesi quirinalizia ha pensato che dall’ex palazzo papale avrebbe potuto agire con meno disturbo. Ma il risultato è appunto che così facendo ha cominciato a incrinare la sua stessa credibilità, arrivando anche ad azzardare durante la conferenza stampa pre-natalizia la considerazione di un lavoro ormai impostato e avviato. Una considerazione troppo palesemente volta ad aprire a un suo nuovo ruolo e per nulla ancorata alla realtà. Un tradimento dello stile al quale ci aveva abituati, concreto, diretto e non espressione di retropensieri ‘politici’.

Cosa farebbe ora il Draghi Uno, quello che metteva a posto i partiti e veniva percepito come leader autorevole? Vogliamo immaginarcelo come Super-eroe? Immaginiamolo. Super Draghi Uno metterebbe in campo il going public. Parlerebbe al Paese. Spiegherebbe che ha le idee chiare su come attraversare questa fase, o perlomeno abbastanza chiare, o comunque che le sue idee sono figlie di convinzioni e non di convenienze. E direbbe che se i partiti, o i pezzi di partiti, intendono fare altro, si prendano allora la responsabilità delle loro decisioni e azioni. E lascerebbe ad altri il Quirinale, perché il suo lavoro è a Palazzo Chigi, da dove si governa. E così consentirebbe alla finestra di opportunità che la crisi – malgrado tutto – ha aperto di non richiudersi troppo repentinamente a causa della vittoria finale della politique politicienne di dirigenti partitici mediocri e ottusi. E magari a quella politique politicienne infliggerebbe un bel colpo. Un po’ come de Gaulle. Ma de Gaulle aveva identificato la sua vita con la Francia.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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