Davide Casaleggio, tragedia di un guru qualunque

Stefano Baldolini
·Ufficio centrale HuffPost
·7 minuto per la lettura
NAPLES, ITALY - OCTOBER 12: Davide Casaleggio founding member of the Movimento 5 Stelle (5 Star Movement) attends at "Italy 5 Star Movement" meeting celebrates ten years of political activity on October 12, 2019 in Naples, Italy. (Photo by Ivan Romano/Getty Images) (Photo: Ivan Romano via Getty Images)
NAPLES, ITALY - OCTOBER 12: Davide Casaleggio founding member of the Movimento 5 Stelle (5 Star Movement) attends at "Italy 5 Star Movement" meeting celebrates ten years of political activity on October 12, 2019 in Naples, Italy. (Photo by Ivan Romano/Getty Images) (Photo: Ivan Romano via Getty Images)

Davide Casaleggio, depositario, per successione, dell’aura sacerdotale di uno che in total black e cappellino sulla chioma scarmigliata - manco fosse il chitarrista dei Queen - arrivò a permettersi di far vibrare una posseduta piazza San Giovanni al grido di “Ber-lin-guer Ber-lin-guer”, di tanta carica mistica e simbolica è riuscito a fare brandelli, particelle elementari in forma di post sul suo blog (delle Stelle) o di richieste di morosità in mailing list.

L’ultima mail, per dire, ha piglio condominiale.

“Caro iscritto, ti scrivo per comunicarti che, a causa delle protratte e gravi morosità di diversi portavoce del MoVimento 5 Stelle che da troppi mesi hanno deciso di venir meno agli impegni presi, saremo costretti a ridurre progressivamente diversi servizi e strumenti le cui spese di funzionamento, in assenza delle entrate previste, non risultano ovviamente più sostenibili”.

Poche righe inviate da un account del “movimento5stelle.it”, firmate con nome e cognome, con cui Davide Casaleggio minaccia di tagliare i servizi di Rousseau, piattaforma di gestione degli eletti in Parlamento e strumento di partecipazione dei circa 170 mila iscritti, il cui elenco è gelosamente custodito.

Rousseau, creatura della palingenesi. Rousseau, mito rifondativo. Rousseau, che la leggenda vuole sia stato lanciato sul web poche ore dopo l’apertura della camera ardente di Gianroberto: “Il modo migliore per onorare il padre”. Qualche giorno prima, aprile del 2016, proprio con il padre ricoverato sotto falso nome, Davide si ritrova all’istituto auxologico di via Mosè Bianchi, a Milano, e davanti a un notaio versa la quota di 150 euro e fissa per l’eternità lo Statuto dell’Associazione, che – scriveva il Foglio - “ha lo scopo di promuovere lo sviluppo della democrazia digitale nonché di coadiuvare il MoVimento”. Blindando il suo potere. Con atto notarile.

Ecco, se si vuole rintracciare l’origine dello scarto tra il guru e l’erede, tra il sacerdote e il depositario del sacerdozio - per eredità diretta, pratica eccezionale, che nessuna ecclesia sogna di praticare -, oltre alle evidenti differenze fisiche e antropologiche, alla differente attitudine alla leadership, alle diverse esperienze di formazione, persino alle divergenti modalità di lavorare nell’ombra, dietro le quinte, senza parlare molto se non per delineare futuri più o meno originali e realizzabili, da un freddo atto notarile si deve partire.

E da una fresca serata di maggio di qualche anno dopo, quando, nelle ore di gestazione del governo Conte 1, di Davide Casaleggio si poteva intravedere la sagoma al Bar del Fico, locale della movida romana, a pochi passi da piazza Navona e da un crocevia storico della politica italiana, il Raphael delle monetine a Craxi, momento embrionale di tutti i movimenti anticasta successivi. Probabilmente inconsapevoli di tutto questo, Casaleggio jr e tre suoi colleghi, alternavano momenti di quiete sprofondati nei pouf a frenetiche uscite in strada telefonino in mano. Per informarsi ed essere informati su nomi e nomine, forse. I trolley, e l’abbigliamento anonimo da quadro aziendale, a completare la scena. Il tutto, nell’indifferenza generale. Non riconoscibili e non riconosciuti. Fedeli al copione vergato da Jason Horowitz, corrispondente del New York Times: “Potrebbe essere l’uomo più potente d’Italia, eppure in pochi sanno chi è”.

Ebbene, dell’uomo più potente d’Italia, del “solitario, sospettoso e abitudinario” che “a pranzo consuma solo brioche e succo di pera” - notava Aldo Grasso sul Corriere della Sera – del dodicenne scacchista prodigio (qui le cronache un po’ divergono), del bocconiano laureato sull’”Impatto strategico di Internet nel settore dei corrieri espresso”, della creatura forgiata dal padre Gianroberto, che si trovò a crescerlo da solo dopo la separazione dalla linguista inglese Elizabeth, di colui che seguì il MoVimento sin dall’inizio, eminenza grigia di Beppe Grillo e alter ego – fino a un certo punto – dell’altro enfant prodige Luigi Di Maio, oggi si narrano gesta tutt’altro che epiche e assai lontane da ogni parvenza di grandezza.

Gianroberto Casaleggio (Photo: Ansa)
Gianroberto Casaleggio (Photo: Ansa)

Intendiamoci, il compito non era dei più facili. Non era semplice emulare le gesta di chi progettava software alla gloriosa scuola Olivetti, di chi “si formava” frequentando davvero i capitani d’impresa della San Francisco visionaria del ventennio di silicio che tutto immaginava e tutto scardinava. Di chi voleva incontrare Assange e, cavalcando l’utopia della Rete in espansione, preconizzava senza apparire il marziano di Flaiano la “democrazia diretta”, un nuovo contratto tra cittadini ed eletti, la nascita di un nuovo ordine mondiale annunciato da un video cult del 2009 chiamato “Gaia”, e soprattutto realizzava, attraverso le mattane di un comico, la presa del potere vero con una banda di sconosciuti selezionati sul web.

E qui andiamo diritti al febbraio del 2013, primo exploit del MoVimento. Alle Politiche che porteranno in Parlamento centinaia di potenziali scardinatori della ormai abusata “scatoletta di tonno”. Quando proprio Gianroberto emanava silenziosi ukase bloccando ogni possibile esito governista ai suoi. “Nessuna fiducia ad alcun governo”, era il suo niet rilasciato al giornalista del Guardian John Hooper (con quelli italiani non parlava proprio). Piuttosto, fedele alla linea della democrazia a geometria variabile, sarebbero stati possibili voti a favore di provvedimenti “per tutto ciò che è parte integrante del suo programma”. Il resto, e non da poco, era un obiettivo a lungo termine: “Portare il MoVimento al potere da solo”. Fino ad allora, nessun accordo con qualsiasi altro gruppo politico. Insomma, una dose cospicua di pura intransigenza.

Quella stessa intransigenza che è alla base di qualsiasi leadership carismatica e che oltre all’incapacità di rendere materia sognante l’afonia congenita, è l’altra grande distanza con il mancato erede. Che poi il buon Davide ci aveva anche provato a esserlo, coerente fino alla noia. “Io non mi candiderò, né intendo fare politica in prima persona. Continuerò a lavorare per la democrazia diretta nel nome di mio padre”, dichiarò – tanto per essere apolitici - giusto il giorno dopo la vittoria dei pentastellati ai ballottaggi di Roma e Torino. Peccato che da allora tutto il resto fu un alimentare dubbi e malintesi ineluttabilmente politici: chi c’è dietro Di Maio e co.? Dietro al MoVimento? Chi decide cosa?

Altro che non fare politica “nel nome del padre” se si pensa ai balletti, solo una legislatura dopo, tra governi gialloverdi e governi giallorossi. E poi aria di rimpasti, di Stati generali, di direttivi. Guerra sul limite al doppio mandato. Pure fumisterie al cospetto di chi sempre nell’ombra stava, ma che non risulta abbia proferito Verbo, o se lo abbia fatto, è stato puro sussurro. Di quelli presi in giro dallo stesso Grillo che racconta di riconoscere le chiamate di Davide per l’intenso silenzio che le caratterizza. Lo stesso Davide che ora, realizzata alle Regionali l’evaporazione nelle urne di mezzo Paese, chiede al MoVimento di non farsi partito. Abbracciato al novello Alessandro Skywalker Di Battista che vede “la Morte Nera” nell’abbraccio con l’ex Pd-meno-L e che tra lezioni di giornalismo in cui non si definisce Ernest Hemingway, dovrebbe incarnare – lui sì – lo spirito originario di chi lo accolse in un memorabile incontro chiedendogli: “Parlami delle tue idee”.

Ma si sa, i veri guru fanno così, si interessano irrealmente a te. Ti portano laddove tu credevi di poter andare da solo. E soprattutto non minacciano di portare le scartoffie in tribunale né tanto meno rischiano di essere minacciati in un conclave in auto blu a base di frittata di cipolle e orecchiette di melanzane. “Casaleggio non deve più scegliere i candidati”, Vito Crimi e un drappello di ministri e sottosegretari, al Casaleggio vero non si sarebbero mai azzardati di dirlo. Come non avrebbero nemmeno provato a ipotizzare eventuali piani B, scissioni, piattaforme nuove e/o concessioni del simbolo da Grillo, che peraltro – poiché un briciolo di carisma ancora lo investe – dopo aver definito “biodegradabile” il MoVimento ha provato a derubricare a “liti da asilo infantile” quelle tra i suoi ragazzi, e si troverebbe anche, senza Rousseau, nella spiacevole circostanza di non avere la copertura legale per le sue intemerate.

Già perché comunque - e qui si torna all’aura condominiale ben temperata da una discreta vena da nerd tecnologico – Davide Casaleggio, tra una scalata al Kilimangiaro e un triathlon, pur pendolare tra Milano e Ivrea dove vive nella ottocentesca Villa Garda della compagna “atleta, speaker motivazionale e scrittrice” Paola Gianotti, il MoVimento legalmente e tecnicamente in pugno ce l’ha. Ma più che un santone, della rete 5S è un vero e proprio nodo. Gordiano, di quelli da tagliare brutalmente, per liberarsene. Come ha fatto, qualche mese fa, la coppia in chief Conte-Casalino, che non lo hanno manco invitato agli Stati Generali di Villa Pamphili, unica vera kermesse strategica in cui poter applicare quel che resta della decantata visione direttista, ambientalista e pentastellata. Come ha fatto, secoli fa, uno come Alessandro... Magno, però.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.