Delitto Arce, il legale del papà di Serena: "Processo vicino"

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(dall'inviata Giorgia Sodaro) - "Di questo procedimento giudiziario lunghissimo l’elemento preponderante è quello delle consulenze, che sono quasi 20 tra consulenze e accertamenti, dal 2001 a oggi.  Inoltre ci sono quasi 40 faldoni di materiale cartaceo". Dario De Santis, avvocato del padre di Serena Mollicone, la giovane uccisa nel 2001 ad Arce, ripercorrendo con la memoria il grande lavoro fatto si dice soddisfatto e cautamente sottolinea, parlando con l’Adnkronos: "Ora siamo sulla soglia di un possibile processo. Siamo arrivati a buon punto".  L’udienza preliminare si terrà mercoledì prossimo davanti al gup di Cassino, che dovrà decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio avanzata dalla procura per il maresciallo Franco Mottola, la moglie Anna Maria, il figlio Marco e il maresciallo Vincenzo Quatrale per il reato di concorso nell'omicidio. Per il solo Quatrale chiesto il rinvio a giudizio per istigazione al suicidio del brigadiere Santino Tuzi e per l'appuntato Suprano per il reato di favoreggiamento.  

LA TESI DELLA PROCURA - Secondo la tesi della procura Serena Mollicone sarebbe stata uccisa nella caserma dei carabinieri di Arce. "Per quanto riguarda le consulenze - dice De Santis - si parte da quelle autoptiche iniziali, poi ce n’è stata una successiva di approfondimento e poi le analisi dei Ris e di altri esperti". Ma più in generale, spiega l’avvocato "abbiamo consulenze medico legali, biologiche, dattiloscopiche, entomologiche, su supporti informatici, di natura genetica, botanica, grafologica e merceologica, oltre a quella medico legale fondamentale della professoressa Cattaneo. Stiamo a quasi 20 e questo è un elemento che credo possa colpire".  "Un altro aspetto - aggiunge - è che noi ci troviamo di fronte a un’indagine immensa con decine di faldoni, quasi 40 per l’esattezza di materiale cartaceo. La gran parte di questo enorme lavoro è successiva al 2015. In quell’anno la procura aveva chiesto l’archiviazione e analoga richiesta era stata fatta nel 2010. Sia nel 2010 che nel 2015 c’è stata la nostra opposizione, mia e del padre di Serena, con la richiesta di ulteriori indagini, richiesta che in entrambi i casi è stata accolta dal gip".  "Insomma quando si riteneva che fosse stato fatto tutto il possibile, poi invece si sono fatte altre indagini - sottolinea l’avvocato De Santis - Ora siamo sulla soglia di un possibile processo. Siamo arrivati a buon punto".  

GLI ACCERTAMENTI - "Tra gli accertamenti tecnici quello che ha impresso una svolta decisiva è la consulenza della dottoressa Cattaneo che ha usato nuove tecnologie di cui non si disponeva all’epoca", conclude. Dagli accertamenti medico-legali condotti dalla professoressa Cristina Cattaneo del Labanof (Istituto di medicina legale di Milano) sulla salma di Serena è emersa, tra l’altro, una potenziale compatibilità tra il trauma cranico della ragazza e l'ammaccatura della porta di uno degli alloggi della caserma dell'Arma. Le richieste di rinvio a giudizio sono state depositate dalla procura di Cassino, lo scorso 30 luglio, spiegando che "grazie alla rivisitazione approfondita e sistematica di tutti gli atti procedimentali, svolta con la collaborazione del comando provinciale dei carabinieri di Frosinone, alla riesumazione del cadavere e all'applicazione di tecniche all'avanguardia, sia all'opera della professoressa Cristina Cattaneo, del Labanof dell'Istituto di medicina legale di Milano che del Ris dei carabinieri di Roma, questo ufficio ritiene di aver provato che Serena Mollicone è stata uccisa nella caserma dei carabinieri di Arce".   

LA TESI DELLA DIFESA - Secondo Francesco Germani, l’avvocato difensore della famiglia Mottola in conferenza stampa a Cassino, "manca completamente qualunque legame tecnico scientifico dei componenti della famiglia Mottola con quella che la procura ritiene sia la scena del crimine e soprattutto sul cadavere della povera Serena non vi è alcuna traccia dei componenti della famiglia Mottola". "Se si vuole individuare come scena del crimine quell’appartamento che, non è tecnicamente affittato all’Arma dei carabinieri, sia pur posizionato all’interno della palazzina della caserma ma ancora nella disponibilità del proprietario, beh in quell’appartamento non c’è alcuna traccia della famiglia Mottola", ha ribadito. "La famiglia Mottola è nel tritacarne mediatico, io ho toccato con mano la loro assoluta tranquillità, anche quando hanno preso le impronte papillari al figlio", ha aggiunto. "Abbiamo la prova che ci sono le registrazioni delle dichiarazioni di Tuzi, abbiamo letto le trascrizioni ma sarebbe interessante sotto il profilo psicologico vedere in che maniera è stato condotto quell’interrogatorio, le pressioni che ci sono state - ha detto - Dalla lettura degli atti sembra che pressioni vi siano state". 

Secondo il professor Carmelo Lavorino, consulente globale della difesa della famiglia Mottola, "l'impianto accusatorio è molto imperfetto". "L’arma del delitto non è la porta" della caserma dei carabinieri, sostiene Lavorino in conferenza stampa a Cassino. "Dimostriamo che Serena non è stata uccisa all’interno della caserma dei carabinieri e che quindi tutto è da rifare". Sulla compatibilità tra i frammenti di legno trovati sul nastro adesivo che avvolgeva la testa di Serena Mollicone e la porta collocata in caserma contro cui sarebbe stata sbattuta, Lavorino ha precisato: "Io ho assistito a questi accertamenti tecnici, la compatibilità è un discorso, la certezza assoluta è un altro e la prova scientifica pretende la certezza assoluta. C’è una relativa compatibilità perché si parla sempre di tracce minuscole di legno o di compensato ma a livello chimico, a livello fisico, a livello logico non c’è alcuna certezza. In qualunque porta possono esserci questi tipi di compatibilità". "In un paese normale con la giustizia che funziona regolarmente non si dovrebbe andare nemmeno a processo, però, dopo che per otto anni la famiglia Mottola è stata indicata come l’autrice combinata del delitto e ora è stato chiesto il rinvio a giudizio per i tre, è ovvio che si andrà a processo - ha continuato - A mio avviso si andrà senza nessuna prova certa come avvenne anche per il caso di Carmine Belli". "Quando facemmo assolvere Carmine Belli nel 2003, che si fece ingiustamente 19 mesi di carcere, lui venne sospettato per qualche sua dichiarazione contraddittoria ma non per questo doveva essere processato", ha concluso.