Delitto Macchi, difesa Binda: non è lui l'assassino, va assolto

Fcz

Milano, 24 lug. (askanews) - Non è Stefano Binda l'assassino di Lidia Macchi. Così l'avvocato Patrizia Esposito ha chiesto l'assoluzione dell'unico imputato nel processo d'appello sul delitto della studentessa varesina uccisa con 29 coltellate la sera del 5 gennaio 1987 in un bosco di Cittiglio, comune della provincia di Varese. Il legale, che difede Binda insieme al collega Sergio Martelli, nel corso della sua arringa difensiva si è schierata contro la sentenza della Corte d'Assise di Varese che nell'aprile 2018 condannò alla pena del carcere a vita il 50enne di Brebbia, altro comune dell'hinterland varesino. "Binda è stato condannato all'ergastolo con una sentenza piena di ipotesi. Il movente è stato creato dopo consulenza psichiatrica che lo ha descritto come un pazzo dalla doppia personalità. E' stata costruita un'immagine dell'imputato che ora va cancellata".

Secondo l'avvocato Esposito, non fu Binda a scrivere la poesia anonima "In morte di un'amica" attribuita dagli inquirenti all'assassino della studentessa. E non fu lui a massacrare Lidia con 29 coltellate semplicemente perchè, nel giorno del delitto, era in vacanza a Pragelato, località sciistica delle alpi piemontesi. "Binda ha sempre detto che era a Pragelato. E' Giuseppe Sotgiu (ex compagno di liceo di Linda e di Stefano, ora diventato sacerdote) che si confonde". Non ci sono prove, insomma, per confermare la condanna all'ergastolo per il 50enne di Brebbia. "In questi anni Binda non ha mai compiuto un gesto di violenza, ha sempre pagato per tutto quello che ha fatto". Dopo l'arringa difensiva, i giudici della Corte d'Assise d'Appello di Milano si sono ritirati in camera di consiglio. La sentenza è attesa in serata.