Delpini scrive a medici milanesi: alleanza in nome spirito servizio

Red-Asa

Milano, 29 ott. (askanews) - Si intitola "Stimato e caro dottore...", la lettera che l'arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, intende inviare a tutti i medici delle realtà ospedaliere e di base presenti nel vasto territorio della diocesi ambrosiana. Nella Lettera, datata 18 ottobre 2019, memoria liturgica di San Luca, patrono dei medici, l'arcivescovo avvia un dialogo diretto e personale con il mondo medico, in nome di "quello spirito di servizio che al di là della fede ha sempre visto alleati uomini di Chiesa e uomini di scienza". Con tono familiare e confidenziale, come traspare sin dal titolo, Delpini esorta i medici a restare fedeli ad una vera e propria "motivazione vocazionale" che li rende particolarmente inclini a percepire la richiesta di aiuto e di soccorso da parte di chi si trova in una situazione di malattia.

Proprio per questo esorta ciascun medico ad avere attenzione anzitutto a se stessi, curando i tratti della propria umanità, affinché si eviti di essere sopraffatti da alcune fatiche che spesso affliggono questa professione: "L'organizzazione del servizio sanitario che esaspera procedure e protocolli", "la preoccupazione a far quadrare i conti" o a "garantire ai proprietari delle case di cura il profitto sperato", "le attese di pazienti e dei loro familiari che talora diventano pretese irrealistiche". L'invito pertanto è a "coltivare la capacità di relazione" con il paziente e "le condizioni psicologiche e spirituali che la favoriscono".

A sostegno di questo l'arcivescovo osa raccomandare momenti di sosta, "di meditazione, di silenzio, di confronto pacato con altri, di preghiera per chi crede in Dio e confida in lui". Alla base delle convinzioni più profondo di chi esercita la professione medica, deve esserci "la persuasione comune che la persona non è solo un meccanismo, non è solo un corpo che può ammalarsi. In ciascun uomo e ciascuna donna c'è una dimensione fisica, una dimensione psicologica, una dimensione spirituale". Per questo diventa sempre più necessario favorire "un lavoro sempre più connesso" tra medici e "specialisti in scienze piscologiche", ai quali "anche gli operatori di pastorale sanitaria, i cappellani preparati potranno offrire un contributo".

In questo senso anche "la diocesi si è attivata per offrire percorsi di formazione ai cappellani" nella convinzione che "il personale della cappellania può essere un interlocutore prezioso per malati, medici e personale sanitario anche oltre le appartenenze religiose". Quella che l'Arcivescovo auspica è, dunque, "una comunità della cura intono al malato, in ospedale e a domicilio", che consideri le persone nella loro integrità e non si sottragga al confronto - "nella nostra sensibilità spesso evitato con reticenze e imbarazzi" - sulle questioni fondamentali sul senso della vita che la malattia induce il paziente ad affrontare. "Io sono convinto - scrive l'arcivescovo - che prendersi cura della persona significhi anche credere possibile un confronto che propizi la crescita di tutti, una testimonianza che offra umilmente e fiduciosamente un aiuto a sperare".