Dentro il bestiario necessario della Wimbledon dell'editoria

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Cose da fare a Francoforte quando sei morto, Matteo Codignola, Adelphi 2021 (Photo: Adelphi)
Cose da fare a Francoforte quando sei morto, Matteo Codignola, Adelphi 2021 (Photo: Adelphi)

A ripensarci bene, e anche dopo averlo riletto rapidamente e a tratti, ma per fortuna inutilmente, allo scopo di coglierne un filo intellegibile, “Cose da fare a Francoforte quando sei morto”, non è che la dimostrazione tangibile della tesi della nonna di Matteo Codignola, editor Adelphi noto agli appassionati per aver portato Mordecai Richler nell’Italia dilaniata dalle guerre dì civiltà post 11/9 e noto a chi lo conosce per una passione mistica per Roger Federer.

“Una mia nonna diceva che a parte Erodoto e Tacito tutto il resto erano balle di pastori analfabeti”, enuncia Codignola e il suo delizioso libro (con copertina e titolo altrettanto deliziosi) sulla Messe di Francoforte, la fiera di Francoforte che sta all’editoria come Wimbledon sta al tennis, non è altro che la descrizione aneddotica - ma non solo - delle dinamiche che concorrono a formare il mercato dell’oggetto intellettuale per definizione. Solo che laddove immagini un mondo austero e culturale regolato da leggi della domanda, dell’offerta e frutto delle buone letture - e dalla capacità di riconoscerne di potenziali - grazie allo sguardo disincantato e stracco dell’editor costretto ad andare per esigenze superiori il tutto si rivela commedia umana, a tratti buffa a tratti necessaria.

Il patto con il lettore - “Io ti do sedici e cinquanta, […] tu mi fai guardare, per un paio d’ore, qualcosa che non siano gli scaffali coi libri sbagliati, o i calendari della Polizia di Stato, alle spalle dei virologi”. - non può essere tradito, nessuna crisi dei mutui subprime può scalfirne la portata. E pazienza se prima del 2008 si staccavano assegni a sei cifre e dopo, “nell’epoca nuova, anche quella più austera e punitiva in cui siamo entrati”, si soffrirà un po’ di più. Quello che conta, sembra voler dire Codignola, al netto delle molteplici e variopinte digressioni, nobile arte a cui fortunatamente fatica a star dietro, è la capacità di percepirsi in modo corretto, e quindi con una modica dose di sanità mentale, rispetto alla realtà fuori dagli stand.

Perché là dentro invece, come in tutti gli universi più o meno chiusi, è pieno di figure eccentriche, un bestiario alla ricerca de “l’oggetto misterioso che tutti (tranne te) avevano letto, e che tutti erano venuti in Germania apposta per comprare. Che tutti, per essere più precisi – quindi più ansiogeni – stavano già comprando”. Dove tra broker, scout, sinologi, germanisti, agentesse, editori presunti morti e altri decisamente vivi che se ne escono felici con prime edizioni de “L’uomo senza qualità”, trattative segrete e party, la formula per vivere e lavorare nell’elite dell’editoria prevedeva brillantezza, intelligenza e “in qualche caso raro persino buone letture” ma anche “dotazioni superiori alla media di pressapochismo e cialtroneria, unite a qualità istrioniche fuori dal comune”.

D’altra parte “i migliori della classe, i best and brightest non prendono Lettere e Filosofia”... ma “Medicina, Fisica teorica, persino Economia”. Trapiantano retine o riempiono la lavagna di equazioni. Non sono pagati per leggere Infinite Jest o Norvegian Wood. E non darebbero un passaggio in Maggiolone a uno come Basso, fotografo accompagnatore picaresco di Codignola, tanto ciarliero quanto necessario. Come lo è, talvolta, il dover seguire le proprie passioni.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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