A destra è un carnevale, a sinistra è una quaresima

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Getty images (Photo: Getty images)
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Mai era accaduto, da più lustri a questa parte, che il centrosinistra, sul Quirinale, partisse da tale condizione di debolezza. È oggettivo. E questo spiega la prudenza di Enrico Letta, costretto a navigare, con un vascello che in Parlamento vale il 12 per cento, tra la Scilla di Renzi che flirta con destra e Cariddi del Movimento dove ognuno fa un po’ come vuole. E anche una certa sensazione, nel dibattito, di spaesamento da parte di pesci abituati a nuotare in ben altre acque.

C’è questa difficoltà nella posizione prettamente attendista illustrata nella direzione di oggi, convocata per il classico “mandare a gestire” la partita del Quirinale, dove ha proposto, a tutte le forze politiche, “un patto di fine legislatura” che preveda l’elezione di un presidente non di parte, che evidentemente non è Berlusconi, un impegno a sostenere fino in fondo il governo Draghi e qualche riforma condivisa “per la buona politica”. Insomma, dice il segretario del Pd: vediamo se qualcuno si smarca prima, oppure vediamo se Berlusconi, arrivato al dunque si intesta una mediazione con un’altra proposta, oppure se se la intesta dopo essere caduto in Aula. E il nome degli auspici è Giuliano Amato, proposto dal Cavaliere già la volta scorsa su cui l’intero Pd metterebbe non una, ma tre firme. In fondo, il segretario del Pd se lo ricorda bene quando proprio il Cavaliere entrò nell’Aula del Senato per tirarlo giù da palazzo Chigi, e poi fece una dichiarazione per andare avanti (anche se poi cadde dopo un po’).

Un gioco di rimessa, si direbbe nel calcio, confidando nell’arte del contropiede, il che spiega anche l’assenza di drammatizzazione sul Cavaliere, definito con indulgenza “il leader più divisivo di tutti”, in un partito che qualche aggettivo in più lo userebbe e lo ha usato. Il cronista annota una certa differenza di toni rispetto agli ex ds, dal vicesegretario Provenzano a Cuperlo a Orfini a Orlando che, in sostanza, ricordando cosa rappresenti Berlusconi spiegano che, con lui, salterebbe tutto: presidenza della Repubblica (ve lo immaginate a capo dei magistrati?), governo (che non reggerebbe all’impazzimento generale), paese, come conseguenza di tutto ciò. E, sia pur con tatto, chiedono una iniziativa politica un po’ più forte, perché così la partita resta in mano alla destra. Sottotesto: se noi siamo fermi e Silvio propone la Casellati, che ad esempio i Cinque stelle hanno votato come presidente del Senato che facciamo? O se propone Casini con sostengo di Renzi? Piuttosto, dicono, drammatizziamo su Berlusconi per costruire attorno al no un fronte largo di tutti quelli che non ci stanno.

Iniziativa, però, più facile a dirsi che a farsi, soprattutto se nessuno è impegnato a metterla in campo perché, tra divisioni e furbizie, è paralizzato anche il mitico “campo largo” di cui si è parlato per mesi e che dovrebbe presentarsi alle elezioni tra un anno: all’apparir del vero, un candidato, sia esso di bandiera sia esso un segreto sogno nascosto, non ce l’ha, se non Mattarella che però nel momento in cui diventa il vessillo di una parte si brucia come possibile convergenza per tutti.

Nove giorni, di qui all’inizio delle votazioni, non sono pochi, ma non sono neanche tanti. Bene, a nove giorni, la fotografia è quella di un gioco di specchi in cui nessuno crede che le posizioni assunte dagli altri siano quelle vere: Salvini e Meloni pensano, o fanno finta di pensare, che, alla fine, il Cavaliere possa capire che i numeri non ci sono e cambi gioco; Letta pensa, o fa finta di pensare, che i due si possano smarcare, e, dovendoci andare a parlare domani, non li attacca oggi; i Cinque stelle sono smarcati da se stessi per natura. E questo comporta uno slittamento dei tempi in attesa di un evento che consenta una accelerazione.

L’unico che però può produrlo è Silvio Berlusconi, al quale fino a qualche giorno fa non credeva nessuno, ma crede in se stesso pur non avendo più un partito egemone in Parlamento e nel paese. E, in un senso o nell’altro, si candidi o medi, dà le carte (fino a una settimana ci si divideva su Draghi, ora si parla – e si teme – solo lui). Almeno per ora. Ovvero: la vitalità di una leadership datata ’94 nel collasso delle attuali. In un Palazzo che gira a vuoto su se stesso, la cui percezione nel paese è distolta dalla pandemia. Ma il dato di separatezza resta. La parola del giorno, a nove giorni, è: impotenza. Come sensazione, tattica, attesa, giudizio.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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