Detenuti morti a Modena, verso ricorso alla Cedu: "Vari aspetti da chiarire"

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Il caso è stato liquidato con un’ordinanza di archiviazione di neanche tre pagine, datata 17 giugno: nessuno si può considerare responsabile, nessuno merita il giudizio per la morte di otto dei nove deceduti nel carcere di Modena dopo le rivolte di marzo 2020. Il gip Andrea Romito ha detto sì alla chiusura delle indagini, come chiesto dalla procura. I punti oscuri su quello che successe l′8 marzo 2020, mentre il Paese si chiudeva per la prima ondata di Covid e in varie carceri italiane esplodevano le rivolte, però restano.

I detenuti, è la ricostruzione degli inquirenti, sono morti dopo aver assunto notevoli dosi di metadone di cui erano riusciti ad appropriarsi durante la ribellione. Per la procura hanno raggiunto la sostanza recuperando la chiave da una cassetta di sicurezza, che è stata forzata. Alcuni reclusi, dopo l’assunzione del metadone, hanno perso la vita all’interno del carcere di Modena. Altri sono morti mentre, nonostante non stessero bene, venivano trasferiti in altri istituti. Tutto è successo in 60 ore, minuto più minuto meno.

Per la magistratura su questa storia può essere scritta la parola fine. Non è così per gli avvocati che hanno seguito il caso. Il legale di Antigone Simona Filippi, quello del garante dei detenuti, Gianpaolo Ronsisvalle e per l’avvocato Luca Sebastiani, che rappresenta la famiglia di uno dei detenuti deceduti, Hafedh Chouchane, il primo di cui fu riscontrata la morte. I legali avevano fatto opposizione alla richiesta di archiviazione. Sebastiani spiega all’Huffpost: “Abbiamo evidenziato che negli atti di indagine emergevano tre versioni differenti in relazione ai soccorsi ad Hafedh, sia con riguardo al posto dove lo stesso veniva consegnato agli agenti della penitenziaria, sia all’orario in cui questo è avvenuto. E stiamo parlando di differenze macroscopiche, che non sono state chiarite”...

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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