Di Battista: Elkann come Berlusconi,stop a conflitto di interessi

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Roma, 19 nov. (askanews) - "I conflitti di interesse creano accentramento di potere, corruzione, disfacimenti democratici e quindi povertà e disoccupazione". Lo ha scritto Alessandro Di Battista, ex deputato e punto di riferimento della minoranza interna del M5S, in un lungo editoriale pubblicato su Tpi.it nel quale torna a chiedere un intervento legislativo per limitare le concentrazioni di potere mediatico nelle mani di "editori impuri". Di Battista parte da una lunga ricostruzione della vicenda di Silvio Berlusconi come editore televisivo: "In principio - scrive - fu Berlusconi. Miliardi di dubbia provenienza e spregiudicatezza crearono il primo impero mediatico italiano. I partiti di allora pensarono che la cosa fosse buona e giusta e lasciarono fare. B. comprò Telemilano e Telemilano divenne Canale 5. Poi si aggiunse Rete 4 e poi venne acquistata Italia 1 dal gruppo Mondadori (in realtà Rete4 era di Mondadori, Italia 1 la rilevò da Rusconi, ndr). Il potere mediatico aumentava e la politica taceva". L'esponente del M5S mette sotto accusa la freddezza delle forze di centrosinistra su questo tema: "Nel marzo del 2006, un mese prima delle elezioni politiche che videro un'esigua vittoria del centro-sinistra, Piero Ricca chiese a gran voce a Fassino durante un suo comizio a Torino se avessero intenzione di fare la benedetta legge sul conflitto di interessi. Fassino, stizzito, disse di sì senza alcuna convinzione e aggiunse: 'La legge sul conflitto di interessi la facciamo ma la legge sul conflitto di interessi non dà più lavoro a nessuno'. Quanta ipocrisia", commenta Di Battista, che poi ricorda la concentrazione di potere editoriale e gli altri asset industriali e finanziari nelle mani degli Elkann-Agnelli, i quali, osserva, "non sono editori puri. I loro business più importanti non sono i media, eppure i media gli occorrono. I giornali sono in crisi, crollano le vendite e molti giornalisti - anche loro, così come i lettori, vittime dei media moderni - vengono messi in cassa integrazione. Eppure i giornali hanno ancora un potere: quello di influenzare il dibattito pubblico". "Qual è - si chiede Di Battista - la differenza tra il gruppo Elkann del 2020 ed il gruppo Berlusconi degli anni '90? E' vero, Berlusconi aveva le televisioni (in regime di concessione pubblica e questo è sicuramente un aggravante). Ma oggi ci sono gli smartphone. Provate a sommare i follower sui social network di tutti i prodotti editoriali che fanno capo agli Elkann. Sono oltre 13 milioni". In ogni caso, "salvo rari e meritevoli casi, i principali gruppi editoriali italiani sono gruppi padronali che appartengono ad editori impuri i cui principali interessi economici e finanziari sono estranei all'editoria. Ed un tale accentramento deve essere proibito per legge", avverte.