Di Maio alza il prezzo sul programma, tensione nel M5S

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Roma, 30 ago. (askanews) - Luigi Di Maio non molla: alza i toni della trattativa con il Partito democratico e dopo le reazioni del Pd prima fa circolare lo "stupore" del M5S, poi replica al segretario democratico. Nicola Zingaretti, infatti, parla di "ultimatum inaccettabili" ma il capo politico stellato dice: "Qui non è questione di ultimatum, qui il punto è che siamo stanchi di sentir parlare tutti i giorni in ogni trasmissione di poltrone e toto-ministri".

Il compito del pompiere spetta come di consueto a Giuseppe Conte, il ruolo di mediatore del resto ne accresce inevitabilmente autorevolezza e visibilità. Riunisce a palazzo Chigi Dario Franceschini e Andrea Orlando in rappresentanza del Pd, Francesco D'Uva e Stefano Patuanelli per il M5S. Fa sapere che il lavoro sul programma va avanti, programma una nuova riunione per sabato mattina. Tace il presidente della Camera Roberto Fico, ma non è un segreto il suo orientamento favorevole a una intesa con i dem e nelle ore più agitate una parte degli eletti 5 stelle bussa sempre alla sua porta. Ma il tema Di Maio rimane.

Passo indietro: sono quasi le 15 quando il vicepremier uscente si affaccia nella sala della Regina di Montecitorio, al termine dell'incontro della delegazione M5S con il presidente del Consiglio incaricato Giuseppe Conte. L'enfasi, replicata poi in giornata in tutti i modi dal M5S, è sui contenuti, sul programma, sui venti punti contenuti in un documento consegnato a Conte e che al primo posto indica la riforma costituzionale col taglio dei parlamentari. Ma il tono alquanto ultimativo, l'accenno addirittura a eventuali elezioni "prima possibile" mette in allarme non solo il Pd, ma molti tra i parlamentari 5 stelle, soprattutto fra quanti si sono maggiormente esposti nei giorni scorsi a favore dell'intesa con i dem.

I fedelissimi di Di Maio tengono botta: Danilo Toninelli ufficialmente su Twitter lo elogia su Twitter: "L'identità non si baratta con nulla", proclama. Un altro big del movimento spiega, a taccuini chiusi, che "deve semplicemente essere chiaro che non stiamo facendo la pappetta democristiana. Siamo seduti ad un tavolo in cui siamo concentrati soltanto su temi". Ma nel M5S si fa avanti un'altra lettura: "Lui non è a suo agio in questa soluzione politica - dice una voce lontana dal giro del capo politico - e non si è reso conto fino in fondo di quanto i suoi toni fossero conflittuali. Ma l'accordo è vicino, i suoi ministri li può salvare, quindi il rischio che corre è dare l'idea di una cortina fumogena sul programma per nascondere il nodo vero: il ruolo di vicepremier al quale non vuole rinunciare".

Una lettura che paradossalmente potrebbe essere anche corroborata proprio dalla nota serale di Di Maio: quando dice "siamo stanchi del totoministri", sembra denunciare la frustrazione per il fatto che il Pd, cedendo su Conte premier "ma espressione del M5S", lo abbia definitivamente messo in un angolo. E che la pregiudiziale, che il Nazareno non ha smesso di far circolare, contro il suo ruolo di numero due dell'ipotetico, futuro governo appaia destinata a una migliore tenuta rispetto a quella precedente del Nazareno contro il Conte-bis.