Di Maio-Franceschini, il controvertice che ha sbloccato la manovra

Pietro Salvatori
Italy's Prime Minister Giuseppe Conte (L) reacts after delivering a speech as Italy's Foreign Minister Luigi Di Maio (2ndL), Italy's Culture minister Dario Franceschini (2ndR) and Italy's Minister of Justice Alfonso Bonafede (R) look on during the new government confidence vote on September 9, 2019 at the lower house of parliament in Rome. (Photo by Andreas SOLARO / AFP) (Photo credit should read ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images)

Un’ora e mezzo di incontro mentre fuori infuriava la bufera. Nella bolla del suo studio a Palazzo Chigi, Luigi Di Maio ha chiuso la porta quando è entrato Dario Franceschini. È metà pomeriggio di lunedì. Giuseppe Conte, qualche corridoio più in là sta incontrando le delegazioni dei partiti. Mentre vanno in scena una sorta di consultazioni parallele sulla legge di stabilità, i due capi delegazione di Movimento 5 telle e Partito democratico trovavano la quadra. “Dario, noi poniamo problemi facilmente risolvibili con la buona volontà di tutti”, il mood che ha consegnato il capo politico M5s al collega. “Non siamo certo noi a metterci di traverso”, il ragionamento del collega di governo.

Un tono colloquiale che è anche frutto del rapporto che si è costruito tra i due nel tempo. Non è il primo faccia a faccia a rimanere riservato, ma l’ultimo di una lunga serie di colazioni e pranzi tra i due, un rapporto coltivato da entrambe le parti per non ripetere gli errori del periodo gialloverde. D’altronde Di Maio l’ha detto ai suoi, tirando fuori dal cilindro un adagio della cultura irlandese: “Dio ha fatto il tempo e poi l’uomo ha fatto la fretta”. Un modo alto per ribadire un concetto assai più prosaico: è mai possibile che quel che si è modificato con corse e parossismo mediatico in ventiquattr’ore non potesse essere limato con pazienza prima? Nei giorni precedenti alla chiusura del cerchio – almeno sul decreto fiscale – il ministro degli Esteri era in visita a Washington.

Evidentemente qualcosa nel filo diretto che ha tenuto con i suoi ambasciatori a Roma è andato storto. Quando ha letto le determinazioni del Consiglio dei ministri, i testi approvati sia pur salvo intese, è andato su tutte le furie. Raccontano di un Di Maio che ha preteso che si correggesse la rotta, in messaggi riservati con il premier e anche con Franceschini, culminato nella diretta Facebook per tenere il punto quando negli States erano le quattro di...

Continua a leggere su HuffPost