Di' una scempiaggine, ci sarà sempre uno scienziato a darti corda

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Mariano Bizzarri (Photo: HuffPost)
Mariano Bizzarri (Photo: HuffPost)

La scienza: non esiste. Al singolare, la scienza non esiste. Esistono invece gli scienziati, e sono una tribù parecchio litigiosa. Pensare che dicano tutti la stessa cosa è ingenuo, falso e pericoloso. Perché priva la scienza del suo carburante più prezioso: che è il dubbio, la critica, la contestazione, persino (ebbene sì) la confutazione. Non ha forse detto sir Karl Popper che una teoria scientifica è tale solo se è falsificabile? Chi si credono di essere, allora, questi scienziati che vanno in tv e parlano come se loro soltanto sapessero come stanno le cose, quando, se c’è una cosa che, in quanto scienziati, sanno è che le loro opinioni, i loro modelli, le loro teorie, non sono vere, e nemmeno in linea di principio verificabili, ma sempre e soltanto falsicabili, e dunque rivedibili e infine, prima o poi, false?

Siate o no filosofi, brandendo questo argomento potrete partecipare a un dibattito pubblico sentendovi in diritto di dire la vostra su, che so, vaccini, terapie e pandemie. Se siete timidi, e non ve la sentite di presentare la vostra personalissima opinione in materia, potete informarvi in rete, cercando con l’aiuto del motore di ricerca la dichiarazione di qualche medico o scienziato il quale sostenga con dovizia di argomenti la vostra stessa opinione. O la qualunque opinione (ce ne sono): che per esempio vaccinati e non vaccinati pari sono, che i tamponi sovrastimano i positivi da covid 19, che i morti per covid 19 non sono morti, in realtà, per covid 19. E via così.

Siccome la scienza al singolare non esiste, lo si diceva prima, bisogna che queste opinioni, o altre ancora più bizzarre, siano prese comunque in debita considerazione. Diversamente, saremo tacciati di dogmatismo, cioè del contrario di un atteggiamento scientifico, critico, aperto al dubbio. Ebbene, qui lo dico: correrò il rischio. Di qui e fino alla fine dell’articolo sosterrò che no, le cose non stanno così, né teoricamente né storicamente. Che non si dimostra spirito critico e aperto al dubbio dando uguale peso a qualunque opinione. Che la scienza, pur al plurale, ha tuttavia le sue rigorosissime regole, i suoi protocolli, i suoi metodi. Che la falsicabilità di una teoria scientifica non la mette sullo stesso piano di qualunque altra teoria. Che pescare su internet informazioni da qualunque fonte non necessariamente alimenta dubbi fondati. E via così.

Non ci vuol molto, in realtà. Non sto facendo sfoggio di chissà quale sapienza epistemologica. Però fateci caso: al dibattito in cui fior di studiosi partecipano per spiegare in quale abisso lo Stato democratico e costituzionale sta precipitando – mantenendo in vigore per anni lo stato d’emergenza, procedendo a colpi di dpcm, introducendo restrizioni severe e limiti al godimento di diritti fondamentali, infine adottando il vituperato green pass – partecipa sempre un qualche autorevole scienziato, che ha il pregio incalcolabile di non essere allineato, di non essere a libro paga di nessuno, di saperla lunga e di non bersela affatto, il quale metterà in dubbio almeno una di queste cose: che la pandemia abbia davvero i numeri che si dicono, che questi numeri rappresentino davvero un pericolo reale, grave e imminente per la salute pubblica, che i vaccini siano davvero efficaci, che il vituperato green pass serva a qualcosa. Lo farà, se possibile, con l’ausilio di numeri, grafici, tabelle, diagrammi e istogrammi. E a quel punto, quando avrà finito, gli altri potranno dire: ecco, vedete? Il re è nudo. Perché non esiste la scienza al singolare (siamo daccapo). Se ci fosse una sola voce non sarebbe scienza; se dunque non si discute di queste cose e quest’altre è per via di quella indecente cappa di conformismo e propaganda di Stato che dai ministeri ai comitati tecnici giù giù sino alle trasmissioni televisive discende ed opprime tutti noi.

In realtà, in quelle trasmissioni televisive un no vax lo si trova spesso, mi pare, ma non è questo il punto. Il punto è che, curiosamente, mentre la narrazione ufficiale è tenuta in gran sospetto, dell’individuo parere del singolo scienziato ospite al convegno non si dubita minimamente, e anzi si prende per oro colato qualunque dato snoccioli. Uno contro tutti, Davide contro Golia, il ricercatore indipendente contro la megamacchina della scienza asservita agli interessi economici o politici di quel governo o di quella multinazionale. Tutta l’enfasi sul carattere plurale, dialogico, conflittuale dell’impresa scientifica cede di schianto: ne prendono uno, uno solo, che però fa al caso, e senza alcun raffronto, senza alcuna verifica, senza uno straccio di fact checking lo fanno diventare la voce libera e coraggiosa della verità.

Basta ascoltare, da ultimo, il simposio di Torino. C’erano tutti – i Cacciari, gli Agamben, i Mattei – e c’era lo scienziato, il professor Mariano Bizzarri, che si è preso la scena con la sua controstoria della pandemia, in cui i tamponi sovrastimano parecchio i casi di positività, il green pass non serve praticamente a nulla, i decessi in realtà non sono quasi mai per covid e i vaccinati sono infettivi almeno quanto i non vaccinati. Per la schiera dei filosofi che lo ascoltavano, e che della scienza ufficiale dubita profondissimamente, la narrazione alternativa di Bizzarri era invece sacrosanta. Da citare, chiosare, diffondere, prendere ad esempio.

Com’è possibile? Come è possibile che Bizzarri, da solo, valga alle orecchie dei filosofi riuniti a convegno più di tutto quello che produce la comunità scientifica, fatta di decine di migliaia di ricercatori, di scienziati e medici di base, di istituzioni pubbliche e private, di centri di ricerca pubblici e privati, di riviste accreditate, di regole condivise, di standard e protocolli, di pubblicità, di rating e agenzie di valutazione, di accordi governativi e non governativi – in sostanza: di tutta l’articolazione plurale che è possibile desiderare? C’è una sola spiegazione, io credo, ed è la sfiducia di principio che ormai si nutre nei confronti delle istituzioni. Ne soffre il mondo politico ma evidentemente ne soffre anche il mondo scientifico.
Ed è un problema. Perché senza una qualche fiducia nel “sistema”, non ho motivo di credere a Speranza, Figliuolo e Locatelli più di quanto ne abbia nel fidarmi non solo dei bugiardini dei farmaci in commercio, ma anche delle etichette dei capi di abbigliamento, delle clausole delle agenzie assicurative o della sfilza di ingredienti sui prodotti alimentari. In breve, non ho motivo di credere a nulla e a nessuno, se pretendo ogni volta di fare da me, o di far fare, in vece mia, a un singolo esperto scelto alla bisogna.

E così la sbandierata protesta in nome del sano spirito critico si converte ironicamente in una manifestazione della più ingenua credulità, in cui vale tutto: il primo studio che trovo in rete, il dato di seconda mano, l’articolo di giornale già più volte smentito e altrettante, però, riproposto. Insomma: non mi fido di nulla, finisco col credere a tutto. Il mondo rovesciato, lo chiamava Hegel, che di simili contrapassi dialettici se ne intendeva. E sapeva che non è facile venirne a capo, ricucire i nessi fra il particolare e l’universale, il singolare e il collettivo, l’ostinazione idisincratica del senso proprio e la verità di una lingua comune, condivisa da tutti e da ciascuno. In definitiva: l’opinione in libertà e il sistema del sapere. Ci vuole nulla di meno che una storia intera, pensava Hegel. La storia del mondo, addirittura. Provò persino a scriverla. Ma francamente non so oggi se ne abbiamo il tempo, il genio e, soprattutto, la pazienza.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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