Diamanti, procura chiede processo per 105 persone, 4 banche e un broker

di Emilio Parodi
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Un diamante presso l'HRD Antwerp Institute of Gemmology

di Emilio Parodi

MILANO (Reuters) - La procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio di 105 persone e cinque società, di cui quattro istituti di credito, nel procedimento sui diamanti venduti attraverso il circuito bancario ai clienti come "bene rifugio".

Lo riferiscono due fonti a diretta conoscenza del dossier, precisando che le imputazioni sono, a vario titolo, truffa, autoriciclaggio e corruzione fra privati, per un presunto ingiusto profitto ai danni dei piccoli investitori che hanno visto volatilizzarsi i risparmi, che la procura ha quantificato in circa 500 milioni di euro, 314 dei quali per i broker delle pietre.

Gli imputati sono dirigenti, ex dirigenti, funzionari ed ex funzionari delle banche e di due broker di diamanti, International Diamond Business (Idb) e Diamond Private Investment (Dpi).

Le persone giuridiche per cui è stato chiesto il processo sono Banco Bpm, che insieme a un suo dirigente dovrà anche rispondere di ostacolo all'autorità di vigilanza, la sua controllata Banca Aletti, UniCredit, Banca Mps e Idb.

La legge 231 del 2001 prevede che possano essere indagate anche le società con l'accusa di non aver adottato un modello organizzativo in grado di impedire ai propri dirigenti di commettere reati nell'interesse delle società stesse.

UniCredit, Banco Bpm e Mps non hanno commentato. I legali di Idb non hanno risposto a una richiesta di commento.

DUE PATTEGGIAMENTI

Altre due società indagate, Intesa Sanpaolo e Dpi, hanno invece chiesto il patteggiamento, ottenendo già il parere favorevole della procura: per la banca una pena pecuniaria di 100.000 euro e la confisca di 61.000 euro come profitto del reato, per il broker una pena pecuniaria di 34.000 euro e la confisca di oltre 88 milioni di euro.

Intesa Sanpaolo non ha commentato. I legali di Dpi non hanno risposto a una richiesta di commento.

Va precisato che, in base alla legge sulla responsabilità delel aziende, le società sono state indagate come persone giuridiche solo in relazione al reato di autoriciclaggio, e solo di questa imputazione rispondono penalmente.

Mentre per il reato di truffa, per cui nel febbraio 2019 venne disposto il sequestro di 700 milioni complessivi, in sede penale rispondono solo i funzionari e dirigenti imputati, cioè le persone fisiche.

Ora spetterà a un giudice ratificare i patteggiamenti, mentre un altro giudice dovrà fissare un'udienza preliminare per decidere se accogliere le richieste avanzate dalla procura.

Le parti lese, che potranno chiedere di costituirsi parte civile e partecipare così al processo sono 575: tutti clienti delle banche che ritengono di essere stati truffati, oltre all'Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm), a Banca d'Italia, alle due associazioni di consumatori Codacons e Asso-Consum e alla società Camelot Holding.

L'inchiesta, che nel febbraio 2019 aveva portato al sequestro di oltre 700 milioni ai due broker e alle banche, è stata chiusa nell'ottobre 2019.

[https://www.reuters.com/article/diamanti-chiusura-indagini-idITKBN1WH1QT]

La procura di Milano sostiene che le due società broker abbiano condotto la truffa con la consapevole partecipazione delle banche sino al dicembre 2016.

A partire dal 2017, dopo la multa inflitta dall'Antitrust, tutte le banche, a eccezione di Banco Bpm, hanno iniziato a restituire integralmente il denaro ricomprando le pietre al prezzo originario.

Diversamente, Banco Bpm ha riconosciuto la differenza fra il presunto valore effettivo dei diamanti e il prezzo pagato a suo tempo, lasciando le pietre in mano ai clienti.

Nella richiesta di rinvio a giudizio e nell'atto di chiusura inchiesta magistrati e investigatori della GdF di Milano hanno descritto i punti cardine della vendita di diamanti in banca per anni.

[https://www.reuters.com/article/diamanti-inchiesta-denunce-idITKCN1TI0OW-OITTP]

SUPER-COMMISSIONI E REGALI

L'accusa mette in fila: commissioni di intermediazione sulla vendita delle pietre che andavano da un minimo del 12% fino a un massimo del 24,5% per le banche coinvolte, quando qualunque altro prodotto finanziario fruttava loro fra l'1 e il 2%; direttive interne che avrebbero spinto i funzionari a consigliare l'acquisto del presunto "bene rifugio" ai clienti degli istituti; regali in viaggi, gioielli, reperti archeologici da parte delle società che gestivano in duopolio il business dei brillanti "da investimento" ai dirigenti di banca perché promuovessero il loro prodotto; l'adesione di uno dei broker agli aumenti di capitale di due banche.

L'operazione, secondo l'accusa, ha potuto aver successo solo grazie al fatto che, pur essendo un rapporto contrattuale fra il cliente e il broker, i contatti, le trattative e le firme avvenivano all'interno delle varie filiali delle banche per sfruttare "la fiducia riposta (dai clienti) nel proprio istituto di credito".

Quindi, si legge negli atti dell'accusa, ai clienti veniva proposto l'acquisto di diamanti come "bene rifugio" a "liquidabilità certa", un prodotto finanziario che avrebbe garantito rendimenti fra il 2% e il 5%. Ai clienti inoltre veniva fatto credere che il prezzo pagato fosse il valore effettivo della pietra, mentre in realtà comprendeva il 20% di Iva, le commissioni alle banche, i costi della società venditrice (assicurazione, deposito).

E quindi dalle perizie il valore effettivo dei diamanti è risultato essere in realtà fra il 30% e il 50% del prezzo pagato.

Per di più il cliente avrebbe potuto chiedere di vendere le sue pietre solo pagando un'ulteriore commissione dal 7 al 16% ai broker in funzione della durata dell'investimento.

Infine, si legge ancora negli atti di inchiesta, in sede di trattativa veniva utilizzato il termine di "quotazioni" per le pietre "convincendo i clienti dell'esistenza di un mercato ufficiale regolamentato dei diamanti", quando in realtà si trattava di un "listino prezzi" elaborato dalle due società.