Dieci anni fa la rivoluzione in Libia contro Gheddafi. Ma il Paese è ancora diviso

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AGI - Dieci anni fa, il 17 febbraio 2011, i cittadini libici si aggregavano all'ondata di proteste di tutto il Nordafrica e cominciavano a manifestare il proprio malcontento verso il regime di Muammar Gheddafi. Dopo manifestazioni, migliaia di morti e una guerra civile il 20 ottobre 2011 Gheddafi veniva scoperto a Sirte, sua città natale, e ucciso da un gruppo di ribelli.

Il 23 ottobre la guerra civile veniva dichiarata finita, ma solo ora in realtà comincia a intravedersi una luce che dovrebbe portare alle elezioni in programma a dicembre. “In questi 10 anni gli stessi attori internazionali che avevano sostenuto il cambiamento armando le fazioni dei ribelli sono stati colpevolmente a guardare” dice ad InfoAfrica/Agi Michela Mercuri, analista e docente universitario, mentre le tensioni locali si acuivano e il Paese si frammentava in tanti centri di potere su base localistica.

“Tutto questo ha creato un terreno fertile per i gruppi estremisti e per le organizzazioni criminali che lucrano sul traffico dei migranti e vivono di economia illegale” continua Mercuri. Oggi la Libia non è più uno Stato ma due, uno con sede a Tripoli e l'altro a Tobruk, non ha istituzioni unitarie, non è in grado di fornire servizi efficienti e non ha ancora trovato un equilibrio politico. Inoltre resistono zone del paese completamente sotto il controllo di milizie, gruppi estremisti, signori della guerra e trafficanti.

Il 5 febbraio scorso i nuovi rappresentanti del Consiglio di transizione libico sono stati eletti a Ginevra, alla sede delle Nazioni Unite, e dovranno ora traghettare la Libia verso le elezioni, in programma il 24 dicembre 2021. Abdul Hamid Dbeibah e soprattutto Mohammed Menfi, considerati due outsider fino a poco fa, dovranno gestire il Paese attraverso un anno molto delicato e ricco di sfide.

Secondo Michela Mercuri “sono numerose le sfide che il nuovo Consiglio di transizione ha davanti: espellere le potenze straniere ancora presenti nel territorio libico, in particolare Turchia e Russia che sono presenti anche con delle basi, disarmare le milizie” e gestire le reazioni nei prossimi mesi di Khalifa Haftar. Ma non solo: “Far ripartire l'economia, che si basa soprattutto sulle rendite di petrolio”.