Dieci anni senza "Hitch": il potere delle idee e dell'intelligenza

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Hp (Photo: Hp)
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Esattamente dieci anni fa morì Christopher Hitchens. Lo so bene perché la sua scomparsa è legata a uno dei momenti più tristi della mia vita e mi è impossibile dimenticare la sua morte come il culmine emotivo e luttuoso di un terribile dicembre 2011. Quando Hitchens è morto Salman Rushdie ha scritto: “Addio, amico carissimo. Una grande voce si spegne”.

È vero, si è spenta la sua voce, non ci sono più parole nuove di Hitchens, frutto di un’intelligenza vulcanica capace di produrre idee, intuizioni, pensieri, polemiche, con un impeto irriducibile. Però, per chi (ancora) non lo conosce ci sono i suoi scritti che ce lo fanno rivivere. Ci sono le sue turbolente riflessioni sullo strano idioma che si parla in quel territorio incognito che definiva genialmente “Tumorville”, conosciuto quando gli avevano scoperto un cancro all’esofago. C’è un libro stupendo di memorie e di racconti che si intitola “Hitch 22” pubblicato da Einaudi Stile libero. C’è il profilo del grande eretico George Orwell tradotto in Italia da Scheiwiller, e presto verrà tradotto un libro di Martin Amis in cui si racconta il grande e geniale trio che con Hitchens e Julian Barnes animò le pagine del “New Statesman”, nel cuore degli anni Settanta. E chissà quanto altro (anche un libro non bellissimo su madre Teresa di Calcutta, però riscattato da un titolo strepitoso: “La posizione della missionaria”).

Hitchens -semplicemente “Hitch” per chi ne adorava le idee e anche il pessimo carattere- vive ancora in queste pagine. Dieci anni fa se ne è andato, ma per chi lo conosce poco è un continente ancora tutto da scoprire. Ve lo consiglio.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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