Dieci, cento, mille parlamentari in più

Fulvio Abbate

Nell’idea, a parere di alcuni, assai “virtuosa” del taglio dei parlamentari arde, nel contempo, al contrario, l’intero occorrente e la mobilia stessa della demagogia populista, ghigno e cinti erniari bene in vista a mo’ di avvertimento. Argomenti ottimi da capannello in galleria, poco importa se milanese consacrata a re Vittorio Emanuele o piuttosto quella di Roma a ridosso di palazzo Chigi e Montecitorio, dedicata, quest’ultima, ad Alberto Sordi, sigillo perfetto per la nostra riflessione sul portato qualunquistico dell’intero affaire. O perfino la palermitana Galleria “delle Vittorie”, ormai fatiscente, inaugurata, appunto, per le conquiste d’Abissinia e Spagna dalle autorità fasciste indigene, quando il Parlamento era già sprangato, così in tutti i sensi.

Irrilevante quanti siano al momento i parlamentari tra Camera e Senato, altrettanto modeste le considerazioni sulla percentuale dei “privilegiati” cui opporre il cittadino “onesto lavoratore”, “padre di famiglia”,  campanile dopo campanile, torchietto dopo torchietto. Mi fanno però notare che l’ultimo censimento, ammesso che si tratti di questioni numeriche, accerta che abbiamo ampiamente superato la cifra iniziale. Dunque, per amore di paradosso - ma anche no - posto che numeri sono indiscutibili, scienza, sarebbe il caso invece di accrescerlo il numero dei parlamentari, così far posto a nuovi seggi, equivalenti a ulteriori posti di lavoro per ebanisti, maestri del mobile e tappezzieri. Risposta alla disoccupazione. Già, che ne arrivino, che possano le liste prevederne, nel nuovo computo finale, almeno 100 in più, meglio, 150. “Ma sì, abbondiamo!”, direbbe Totò rivolto al collega Peppino, buttando giù la lettera dirimente.

Nell’edificante convinzione che si debba dimezzare il numero dei parlamentari, ripeto, e chi vuol comprendere si faccia sotto, è presente all’appello l’idea caldamente fascista dell’antiparlamentarismo, rappresentata, prima ancora...

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