Dipendenti mettono a rischio una centrale nucleare

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I bitcoin sono una valuta virtuale, eppure per produrli serve molta energia. E così alcuni dipendenti di una centrale nucleare ucraina hanno pensato di sfruttare il loro posto di lavoro, mettendo a rischio però la sicurezza informatica dell’impianto.

Nelle scorse settimane, all’interno della centrale nucleare di Yuzhnoukrainsk, le autorità ucraine hanno scoperto l’equipaggiamento dedicato al mining, ovvero la creazione di bitcoin: computer, sistemi di raffreddamento e schede grafiche ad alte prestazioni. Alla base delle criptovalute ci sono infatti complessi sistemi di calcolo che richiedono una grande potenza.

Il problema però non è stato tanto il furto di energia elettrica ma la possibile esposizione del sito nucleare ad attacchi hacker. I dipendenti della centrale South Ukraine hanno infatti connesso i loro computer sia alla rete interna che ad internet, e quindi potenzialmente al resto del mondo.

La violazione sarebbe avvenuta nei reparti amministrativi della centrale e non in quelli industriali, rendendo minore il rischio di hackeraggio di informazioni sensibili. Per il momento i servizi segreti ucraini non avrebbero richiesto nessun arresto, ma i dipendenti coinvolti sono stati sospesi dal lavoro.

Non è la prima volta che alcuni dipendenti utilizzano le risorse e i computer aziendali per minare criptovalute. Nel febbraio 2018 le autorità russe hanno compiuto degli arresti in una centrale nucleare per la stessa violazione avvenuta in Ucraina. Lo stesso anno un ingegnere dell’Istituto romeno di ricerca per la fisica nucleare è stato colto sul fatto mentre minava criptovalute sul posto di lavoro.

L’Università di Cambridge ha calcolato che per la produzione annuale di bitcoin serve la stessa quantità di energia utilizzata dalla Svizzera. I Bitcoin usano infatti lo 0,21% della fornitura mondiale di energia.