Dipendenza da oppiacei: in Italia 350mila casi -2-

Red/Apa

Roma, 11 feb. (askanews) - È necessario però fare una distinzione, nel classificare i pazienti che assumono oppiacei. Molti di loro, infatti, lo fanno per contrastare il dolore cronico, sotto stretto controllo medico. In questi casi, il rischio di sviluppare dipendenza è talmente basso da non giustificare la paura di prescriverli. «Dalle revisioni sistematiche della letteratura, sappiamo che il rischio riguarda il 3% della popolazione ma solo lo 0,2% di questi sono pazienti che non erano tossicodipendenti o ex tossicodipendenti» spiega il medico Claudio Leonardi, della Società Italiana Patologie da Dipendenza.

A dimostrazione del fatto che il rischio dipende dalla vulnerabilità intrinseca del soggetto alla sostanza e non dalla sostanza stessa. «Chi non è vulnerabile reagisce all'oppiaceo come a un qualsiasi altro medicinale. Diverso il caso dei soggetti vulnerabili all'effetto gratificante. Per lo più si tratta di pazienti con una storia di tossicodipendenza alle spalle. Comunque, anche in questi casi, basterebbe un attento monitoraggio del paziente per evitare un uso improprio della sostanza e scongiurare il rischio di una dipendenza».

Nonostante ciò, permane una certa reticenza nella prescrizione degli oppioidi, probabilmente per l'assenza di strumenti che permettano ai medici di capire se un paziente è vulnerabile o meno all'effetto gratificante e quindi a rischio di sviluppare una dipendenza.

Ma perché qualcuno è più vulnerabile agli oppiacei e qualcun altro meno? «Le aree cerebrali coinvolte sono le stesse per tutti, ma reagiscono in modo differente: nel tossicodipendente si accendono i neuroni che producono la dopamina, neurotrasmettitore che "fissa" l'effetto gratificante il quale, a sua volta, spinge la persona a ricercare continuamente la sostanza. Nei soggetti non vulnerabili, invece, questo meccanismo non si innesca, perciò la paura di una dipendenza è ingiustificata - conclude Leonardi - ammesso che il medico prescriva la dose giusta».