Diritto al bikini. Le tedesche del beach volley schiacciano sul muro del Qatar

Giulia Belardelli
·Giornalista, HuffPost
·2 minuto per la lettura
Sport e diritti (Photo: Getty)
Sport e diritti (Photo: Getty)

A Karla Borger e Julia Sude, giocatrici di beach volley della Nazionale tedesca, è bastato incrociare le braccia e annunciare, in un’intervista a Der Spiegel, di essere pronte a boicottare il World Tour in Qatar se costrette a rinunciare al bikini, divisa naturale di uno sport nato in spiaggia. Tempo poche ore e l’accusa di discriminazione, con relativo spettro di polemica globale, ha convinto gli organizzatori a ritirare la regola contestata, vale a dire l’obbligo per tutte le giocatrici di indossare maglietta e pantaloni lunghi. Dunque, la retromarcia: ciascuna Nazionale potrà giocare abbigliata secondo le proprie tradizioni, come già accaduto alle Olimpiadi di Rio de Janeiro, quando fecero il giro del mondo le foto delle egiziane in leggins e hijab a confronto delle altre in bikini.

Le italiane Laura Giombini e Marta Menegatti contro le egiziane Nada Meawad e Doaa el Ghobashy, il 9 agosto 2016, alle Olimpiadi di Rio de Janeiro (Photo: Getty)
Le italiane Laura Giombini e Marta Menegatti contro le egiziane Nada Meawad e Doaa el Ghobashy, il 9 agosto 2016, alle Olimpiadi di Rio de Janeiro (Photo: Getty)

Da diversi anni il Qatar ospita i tornei di beach volley maschile e il corpo degli atleti – guarda caso – non è mai stato un problema. Quest’anno il Paese del Golfo ha aperto per la prima volta alle competizioni femminili, che si svolgeranno a Doha nel mese di marzo. Subito sono arrivati i “problemi”, perché per l’emirato retto dalla famiglia reale Al Thani, bastione dell’islam salafita, l’idea di ospitare donne in costume da bagno era quasi un sacrilegio. Eppure, nel Paese che ospiterà anche i Mondiali di calcio 2022, è bastata la minaccia del boicottaggio tedesco per arrivare a più miti consigli e ritirare il diktat sul dress code.

Karla Borger e Julia Sude (Photo: Getty)
Karla Borger e Julia Sude (Photo: Getty)

È un aspetto su cui riflettere in vista degli stessi Mondiali, letteralmente costruiti sul sangue della manodopera migrante, secondo un report pubblicato dal Guardian qualche giorno fa: dall’assegnazione del torneo, in Qatar hanno perso la vita oltre 6.500 lavoratori migranti provenienti da India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka. Numeri in realtà sottostimati, perché dal trist...

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.