Discoteche e balneari, contentino al Papeete

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Ansa (Photo: Ansa)
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Un’ora di faccia a faccia “cordiale e costruttivo” con Draghi: per Salvini stavolta più dei risultati contano gli aggettivi. La bolla si sgonfia, l’affronto della delega fiscale è sanato. Magicamente la delegazione leghista riappare in consiglio dei ministri per votare la capienza di cinema, teatri e luoghi di cultura al 100%; quella delle discoteche al 50% al chiuso e al 75% all’aperto, insieme agli stadi. Nel frattempo, le concessioni balneari sono fuori dall’imminente decreto Concorrenza: si attenderà l’adunanza plenaria del Consiglio di Stato il 20 ottobre, poi la sentenza entro 45 giorni. Salvini si intesta i risultati, ma di fatto non c’è nessuna concessione: Palazzo Chigi si limita a confermare la sua road map, riaperture graduali da un lato e Pnrr dall’altro. Era tutto previsto. In compenso, il leader leghista ottiene il filo diretto con il premier, quel “premio di visibilità” che gli consente di stare in partita, di non sbiadire rispetto al Pd: i due “hanno convenuto di vedersi almeno una volta alla settimana”. Una sorta di “sportello ascolto” della Lega di lotta. Una legittimazione che – finché durerà – smina la strada al governo, ma irrita il segretario Dem Letta: “E’ il solito film, ormai il giochino ha stancato”.

Dopo il faccia a faccia a Palazzo Chigi – incastrato tra gli impegni del premier - la minaccia (scarica) di crisi di governo si tramuta, a leggere la nota di via Bellerio, nella “piena condivisione degli obiettivi economici” con “impegno comune a evitare aumenti di tasse” e allentamenti delle restrizioni covid in caso di dati confortanti. Solo leggermente diverso il comunicato di Palazzo Chigi: “Confermato l’impegno del governo a evitare ogni aumento della pressione fiscale e a proseguire nel percorso delle riaperture, tenendo conto del miglioramento della situazione epidemiologica”. A dire: il percorso non è cambiato, il premier l’ha “spiegato”, il ripudio di nuove tasse è messo per iscritto, ma tant’è. Difatti, la revisione del catasto, di cui la Lega con un documento aveva chiesto lo stralcio (e una commissione al Mef sugli altri punti) resta.

Draghi però si fa carico del problema di “visibilità” del segretario leghista, segnale che gli è arrivato anche da parte dei suoi ministri: serve un canale di comunicazione diretta. Per evitare la crisi di nervi, più che di maggioranza. C’è un tema di “metodo”, di coordinamento: lo avvertono anche i ministri Giorgetti, Garavaglia e Stefani, con cui il leader fa il punto nel cortile di Palazzo Chigi prima di autorizzarne la partecipazione al consiglio dei ministri. Subito prima, dopo aver strigliato i coordinatori regionali, ha incontrato Giorgetti (con Fedriga). Per distendere le tensioni e concordare una linea, magari non all’ultimo tuffo.

E’ il giorno della tregua tra il premier e il suo alleato più irrequieto. Il primo faccia a faccia dopo lo strappo, la riforma del catasto, la patrimoniale occulta, l’accusa appena velata di tradire gli impegni. Sul piano dei contenuti, ha l’intensità di una camomilla. Sul piano politico, è una boccata di ossigeno. Da 48 ore Salvini faceva rullare i tamburi di guerra, alimentando ad arte scenari di rottura. Sul piede di guerra per la riapertura delle discoteche al 35%, come proponeva il Cts: “Voglio almeno il doppio. Così è una presa in giro senza senso”. Chissà come l’hanno presa Giorgetti e Garavaglia, che sull’altare della riapertura dei locali chiusi da due anni si sono immolati, riunione dopo riunione, su ordine del Capitano. Raccontano che quest’estate in un consiglio dei ministri, all’ennesima richiesta leghista di riaprire, il compassato premier abbia addirittura accennato un ballo lento: “Sapete cosa fanno le persone in discoteca? Si avvicinano. E noi invece, vogliamo allontanarle”.

Anche sulle concessioni degli stabilimenti balneari, fonti governative fanno notare che si tratta di un ballon d’essai, di “fuffa” montata politicamente: “Non è nel Pnrr, non può essere nel decreto Concorrenza”. Draghi ha rimandato le “valutazioni” a dopo la decisione del consiglio di Stato. Per il momento, quella miccia è disinnescata, poi si vedrà. Per la Lega è un tema dirimente: la legge che proroga le concessioni fino al 2033, in conflitto con la normativa europea, è firmata dall’attuale sottosegretario Centinaio, e di mettere a gara gli stabilimenti non ne vogliono sapere. “Vogliamo salvaguardare le imprese che hanno investito negli impianti – spiega l’europarlamentare Massimo Casanova, titolare del Papeete - Si può ragionare su un aumento dei canoni demaniali ma non di gare, è giusto che chi ha la concessione abbia di fronte a sé una prospettiva lunga”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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