Distanza fisica e politica. Vertici Ue in presenza solo sul Recovery fund

Angela Mauro
·Special correspondent on European affairs and political editor
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(Photo: OLIVIER HOSLET via Getty Images)
(Photo: OLIVIER HOSLET via Getty Images)

Come prevedibile, la nuova ondata di pandemia riporta i vertici europei alla versione di marzo: solo videoconferenze online. Unico strappo alla regola: le trattative in corso con il Parlamento europeo sul recovery fund. Solo questi negoziati possono tenersi in presenza per favorire il raggiungimento di un’intesa, sottolineano dalla presidenza tedesca dell’Ue di turno fino a dicembre. Un’eccezione che, se possibile, conferma l’allarme rosso tra i leader europei: il recovery fund è diventato una sorta di trofeo da brandire per dimostrare all’opinione pubblica una qualche risposta alla crisi. Di fatto, in nome di ‘santo recovery fund’ si può rischiare il contagio. Anche se il ‘trofeo’ resta imprendibile, eppure agognato nel caos generale che mette alle strette anche una leader di esperienza come la cancelliera tedesca.

Anche oggi “le trattative sul Bilancio Ue ed il pacchetto Recovery tra i capo negoziatori di Consiglio, Parlamento, e Commissione europea si sono svolte in un’atmosfera lavorativa molto concentrata, c’è stato qualche movimento, ma restano divari su volume e integrazioni”, scrive su twitter il portavoce della presidenza di turno tedesca dell’Ue, Sebastian Fischer.

Domani è previsto un altro round negoziale sullo stato di diritto, dopodomani ancora su bilancio pluriennale dell’Ue e introduzione di nuove tasse comunitarie per aiutare le finanze dell’Unione (‘risorse proprie’ su giganti del web, carbone, transazioni finanziarie). Mercoledì dovrebbe essere il giorno decisivo per chiudere i negoziati, magari con un accordo per far partire il recovery fund. Fondo che però, anche in presenza di un’intesa con gli eurodeputati che chiedono aumenti sul bilancio e lo stato di diritto come condizione ‘sine qua non’ per accedere ai fondi Ue, resta ‘appeso’ alla ratifica da parte degli Stati nazionali. Servirà tempo, ragion per cui la partenza a gennaio non è affato scontata.

Eppure la seconda ondata semica panico. E spinge in secondo piano ogni altra questione politica o geopolitica. Persino lo scontro al vetriolo tra Emmanuel Macron e Erdogan su islam e laicità non guadagna la prima fila. Oggi diversi governi europei, tra cui l’Italia, si schierano dalla parte dell’Eliseo in difesa dalla laicità contro gli attacchi del presidente turco, ma per ora l’Ue alza solo la voce contro Ankara. All’orizzonte non ci sono decisioni di sorta. Le sanzioni restano evocate negli avvertimenti lanciati all’ultimo summit europeo 3 settimane fa. Dei rapporti con la Turchia si discuterà al Consiglio europeo di dicembre, sempre in videoconferenza. Non prima, almeno finora.

Probabilmente sarebbe andata così anche senza pandemia: Erdogan blocca i flussi di migranti verso l’Ue, in forza di un accordo economico voluto dalla Germania e resta dunque ‘intoccabile’. Ma di certo il covid sta ingessando la politica e la geopolitica intorno all’essenziale: il recovery fund e le misure anti-contagio di cui i leader discuteranno giovedì in videoconferenza.

“Questa seconda ondata sarà probabilmente più forte della prima ondata e l’impatto sul sistema sanitario sarà immediato, nelle prossime tre settimane, nei servizi di rianimazione”, è l’allarme del presidente del comitato scientifico francese, Jean-Francois Delfraissy, ai microfoni di Rtl. Per lui, attualmente, ci sono “probabilmente più di 50mila casi di coronavirus al giorno” e si va “verso i 100mila casi al giorno”. Però, avverte il presidente del Medef, la Confindustria d’Oltralpe, Geoffroy Roux de Bézieux, un lockdown totale causerebbe un “crollo dell’economia francese”, non solo una “recessione del 10 per cento” nel 2020.

L’evoluzione della pandemia è “drammatica”, dice la cancelliera tedesca al direttivo della Cdu, partito costretto a rimandare ancora una volta il congresso che doveva tenersi in primavera, era slittato al 4 dicembre a Stoccarda e finisce rinviato all’anno prossimo, forse in videoconferenza. La Germania molto presto potrebbe trovarsi ad affrontare una situazione “molto difficile”, continua Merkel. Secondo il capo della cancelleria, Helge Braun, il numero delle infezioni “cresce troppo rapidamente”. Il Robert Koch Institut, il centro epidemiologico tedesco, registra 8.686 nuovi casi nelle ultime 24 ore: una settimana fa erano 4.325.

Ma è soprattutto la condizione del Belgio, paese che ospita la maggior parte delle istituzioni europee, a costringere Merkel a optare per il ritorno alle videoconferenze. Media giornaliera di 12.491 contagi tra il 16 e il 22 ottobre, il 44 per cento in più rispetto alla settimana precedente. In media ogni giorno ci sono 467,7 ricoveri in ospedale, con un incremento dell′85 per cento. Attualmente sono 4.827 le persone ricoverate per Covid-19 (+10 per cento), di cui 757 in terapia intensiva (+12 per cento). Il governo ha chiesto aiuto alla vicina Olanda, ma per ora il governo de L’Aja ha risposto di no, non c’è posto da loro in ospedale. In Belgio i decessi sono in totale 10.810, la media tra il 16 e il 22 ottobre è stata di 41,9 morti al giorno. Il tasso di positività al test, ovvero la proporzione di persone positive su tutte quelle testate, ha ora raggiunto il 19,7% a livello nazionale.

Oggi in Belgio entrano in vigore le nuove misure per contenere il virus, valide fino al 19 novembre (per ora). Coprifuoco dalle 22 fino alle 6 del mattino, mascherine obbligatorie ovunque, vietati gli eventi culturali, chiusi teatri e cinema, palazzetti dello sport, piscine, centri di fitness. E per un bel po’ non vedremo i leader Ue salutarsi a gomitate. Solo colloqui a distanza per loro.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.