Divisi sulla terza dose. Clementi a Huffpost: "La faremo, potrebbe essere l'ultima"

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(Photo: Getty)
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Terza dose sì, terza dose no. In Israele già un milione di persone l’ha ricevuta, negli Stati Uniti i cittadini potranno accedere alla somministrazione numero tre di Pfizer o Moderna a otto mesi di distanza dall’ultima. In Italia si discute sulla possibilità, con esperti che mostrano qualche perplessità. “Penso che la terza dose arriverà anche qui, è solo questione di tempo”, dice ad Huffpost Massimo Clementi, direttore del laboratorio di Microbiologia e Virologia dell’Ospedale San Raffaele di Milano, co-fondatore e presidente della Società Italiana di Virologia, “Per il nuovo ciclo, il vaccino potrebbe essere plasmato sulla variante Delta e, se la copertura sarà sufficiente, saremo di fronte alla chiusura definitiva: niente più richiami”.

Secondo una nota ufficiale diffusa da Pfizer, gli studi sono a sostegno dell’ipotesi. “I dati della fase 1 sulla sicurezza e l’immonogenicità degli individui che hanno ricevuto una terza dose del vaccino Pfizer-BioNTech (BNT162b2) mostrano un favorevole profilo di sicurezza e una robusta risposta immunitaria”, si legge, “Alla luce degli alti livelli di risposta immunitaria osservata, una ulteriore dose entro 6-12 mesi dalla vaccinazione primaria aiuta a mantenere un alto livello di protezione contro il Covid-19″.

Così i residenti negli Stati Uniti potranno farsi un terzo vaccino a otto mesi dalla seconda dose di Pfizer o Moderna, con l’obiettivo di creare una forte immunità contro la variante Delta, che risulta “altamente trasmissibile”. Chi ha ricevuto il Johnson & Johnson dovrà fare il secondo. All’inizio, se la decisione verrà confermata, il “booster” riguarderà i lavoratori degli ospedali e delle case di riposo, poi toccherà agli anziani e, infine, al resto della popolazione. In Israele la campagna vaccinale procede a passo accelerato: già un milione di cittadini sono vaccinati in terza dose. Nel paese si continua con le somministrazioni mentre i contagi ripartono, toccando il record di 8mila casi: numeri così non si vedevano dallo scorso febbraio e per questo si procede con nuove restrizioni imposte dal governo nel tentativo di flettere nuovamente la curva.

Se altri paesi hanno dato il via libera, in Italia la discussione è aperta. “Il punto è valutare l’effettiva utilità di una terza dose di vaccino anti-Covid”, ha dichiarato all’Adnkronos Salute Massimo Galli, “Per il momento non ho ancora abbastanza elementi per poter prendere una posizione a favore. E mi sembra una fuga in avanti, un modo per giustificare anche quello che ancora non sappiamo sui tempi di copertura dopo la seconda dose”. Francesco Vaia, direttore dell’Istituto Spallanzani di Roma, ha affidato la sua opinione a un video pubblicato su Facebook: “Parlare oggi di terza dose è fuorviante, come è forviante parlare di vaccinare i bambini al di sotto dei 12 anni perché la bilancia penderebbe tutta sul rischio e poco sul beneficio”. Il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Silvio Brusaferro, in un’intervista alla Stampa, dice sì all’eventualità, per i più fragili: “Sarà necessario un ulteriore richiamo per gli immunodepressi a 6-7 mesi dall’ultima puntura effettuata”.

Professor Massimo Clementi, in Israele la terza dose è realtà, negli Usa lo sarà presto. E in Italia?

In Italia non è stata presa ancora una decisione, ma non c’è una posizione divergente rispetto a questi paesi. Penso che si arriverà anche da noi a proporla e questa dose sarà un richiamo efficiente per affrontare i prossimi mesi con tranquillità. Il problema è che qui stiamo combattendo ancora con la seconda, fatichiamo a concludere la copertura.

Cosa dicono gli studi, perché serve?

Gli studi ci dicono che chi avrà la terza dose sarà una persona protetta. Queste conclusioni ci arrivano anche osservando chi già ha avuto la malattia. La sindrome del long covid scompare nel 50% dei casi con la dose di vaccino che i soggetti malati possono fare a distanza di sei mesi dalla malattia. Un terza dose dopo un tempo adeguato (8-12 mesi) rende più protetti. Io personalmente sono molto favorevole.

Non c’è pericolo di dare un’accelerata non necessaria a una nuova copertura?

No. Gli anticorpi decrescono più rapidamente, anche se resta un po’ più elevata l’immunità cellulo-mediata. Ma i termini sono questi.

Qual è invece il rischio se non si fa partire questa terza dose?

Noi stiamo già correndo il rischio di lasciare una porta aperta al virus con una parte della popolazione non immunizzata. Il covid infetta principalmente chi non si vaccina o non ha completato il ciclo. In futuro, più persone immunizzate ci saranno, meno circolerà.

E con la terza somministrazione si bloccherà definitivamente o, come era nelle ipotesi iniziali, sarà necessario un richiamo stagionale?

Dipende dal numero di persone che si vaccineranno. Se la popolazione è immunizzata, il virus non circolerà.

Quindi il richiamo numero 3 potrebbe essere l’ultimo?

Sì, potrebbe essere la chiusura definitiva.

Questo nonostante la diffusione della Delta? Si parlava della possibilità di modificare i vaccini per contrastare la variante.

La terza dose potrebbe essere plasmata su questa variante. Dovrebbe essere un po’ più efficace rispetto alle formulazioni utilizzate sino a ora, che erano certamente ottime, ma il mutare del virus ha un po’ limitato il loro lavoro. Si potrà modulare i vaccini a mRna sulla Delta.

Guardiamo all’estero. In Israele stanno partendo le terze somministrazioni, ma nel paese aumentano i contagi. Come si spiega?

Una parte della popolazione non ha effettuato la vaccinazione e dunque il virus continua a viaggiare. Sappiamo che l’efficacia di Pfizer e soci non è al 100%, e se il virus circola possono infettarsi anche i vaccinati. Ma un conto è l’infezione, un altro l’ospedalizzazione.

È giusto far partire un terzo ciclo in paesi che hanno già un’avanzata copertura vaccinale, quando in altri non si è dato ancora il via al primo?

Sì, perché si potrebbe rovesciare il discorso. È giusto quando in altri paesi si soffrirebbe comunque di una cattiva organizzazione sanitaria? A mio avviso il problema non si risolve con la distribuzione o, come ha detto ingenuamente qualcuno, con l’azzeramento dei brevetti. Il problema non è tanto il brevetto, ma fare il vaccino. E per farlo occorre un’organizzazione che in molti paesi non esiste. È questo il problema principale.

E in Italia quale sarà l’organizzazione in caso di terza dose? Si procederà per fasce, come per la fase iniziale?

Su questo punto il Cts dovrà ragionare. All’inizio sembrava che l’intenzione fosse quella di destinarla agli anziani e ai soggetti a rischio. Ora sembra che si voglia allargare il concetto.

Sviluppi futuri: il vaccino sta facendo il suo dovere?

Sì. Vediamo che nonostante l’aumento dei contagi le ospedalizzazioni si mantengono basse, e questo è merito del vaccino. Sono certo che questa infezione non sparirà improvvisamente come le altre, resterà una coda. Mi aspetterei una riduzione fino a un’endemizzazione. Vedremo se scomparirà o meno, ma sarà una diffusione vinta.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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