Djokovic: perseguitato o prepotente? (di F. Posteraro)

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Tennis - ATP Finals - Pala Alpitour, Turin, Italy - November 17, 2021 Serbia’s Novak Djokovic reacts during his group stage match against Russia’s Andrey Rublev REUTERS/Guglielmo Mangiapane (Photo: Guglielmo Mangiapane via Reuters)
Tennis - ATP Finals - Pala Alpitour, Turin, Italy - November 17, 2021 Serbia’s Novak Djokovic reacts during his group stage match against Russia’s Andrey Rublev REUTERS/Guglielmo Mangiapane (Photo: Guglielmo Mangiapane via Reuters)

(di Francesco Posteraro, avvocato, commissario Agcom dal 2012 al 2020)

Come giudicare il comportamento di Novak Djokovic nella arcinota vicenda relativa alla sua richiesta di partecipare all’Open d’Australia pur non essendo vaccinato? A mio avviso molto severamente. Le esenzioni dall’obbligo vaccinale sono pensate e previste per chi non può vaccinarsi, non per chi – come Djokovic – non ha inteso e non intende in alcun modo farlo.

Anche al di là di questa ovvia considerazione di carattere generale, le motivazioni addotte a sostegno della posizione del fuoriclasse serbo appaiono tutt’altro che convincenti. Bisogna infatti ricordare innanzitutto che la deadline indicata dagli organizzatori del torneo per chiedere l’esenzione era fissata al 10 dicembre. La domanda di esenzione, presentata successivamente a quella data, a rigore non avrebbe dovuto essere nemmeno presa in esame. E si può sospettare che non lo sarebbe stata, se proveniente da un giocatore non altrettanto importante e famoso.

Quanto al contagio che si sarebbe verificato il 16 dicembre – a prescindere dalle divergenze di valutazione fra Tennis Australia e il Governo federale sulla sua validità ai fini del visto – risulta che Djokovic abbia partecipato a un evento pubblico senza indossare la mascherina nello stesso giorno in cui ha sentito il bisogno di sottoporsi a un tampone molecolare. E sembra che abbia fatto la stessa cosa l’indomani, quando aveva già conosciuto l’esito del test.

Quindi, mentre pretende il massimo rispetto per le sue convinzioni no vax, Djokovic dimostra la più assoluta noncuranza – per non dire il più totale disprezzo – per le convinzioni di coloro che intendono invece proteggersi in maniera adeguata da un virus responsabile della morte di milioni di persone. Esattamente l’opposto di quanto ci si dovrebbe attendere da un personaggio pubblico, che avrebbe il dovere di rappresentare un esempio per le miriadi di estimatori delle sue imprese agonistiche. Come meravigliarsi, poi, del fatto che Djokovic non è amato nel mondo come i suoi grandi rivali Federer e Nadal?

In conclusione, si dovrebbe credere che prima del 16 dicembre Djokovic era deciso a non partecipare al torneo. Fedele ai suoi principi anche a costo di rinunciare per il momento al miraggio del ventunesimo titolo dello Slam. Questo fino a che il contagio, ossia un caso fortuito, non gli ha fornito imprevedibilmente l’opportunità di chiedere l’esenzione dall’obbligo di vaccinarsi per iscriversi al torneo. Senz’ombra di ironia, può dirsi che mai un tampone ha dato un esito altrettanto positivo! Si dovrebbe credere, in sostanza, che Djokovic – se pure non identificabile con Gesù Cristo, come ha sostenuto con la consueta sobrietà la sua rumorosa famiglia – è comunque in grado di ricevere, quando ne ha bisogno, una provvida mano dal cielo.

Io sarò forse uno scettico, ma tendo piuttosto a condividere l’interpretazione di Adriano Panatta, a cui l’atteggiamento di Djokovic ha fatto venire in mente non la condizione di un perseguitato o ancor peggio di un martire, ma una nota battuta di Sordi nel Marchese del Grillo.

Anch’io avevo in un primo tempo parlato della vicenda come di una farsa. Si tratta invece, quale che ne sarà la definitiva conclusione, di una brutta storia di arroganza, di prepotenza e di mancanza di rispetto per gli altri e per le regole, nella quale purtroppo non c’è proprio nulla da ridere.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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