Domenico Gnoli, la pittura come amplificazione del quotidiano

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Milano, 8 ott. (askanews) – Le cose non sono sempre quello che sembrano, lo sappiamo. Ma è affascinante capire come questa massima, forse anche un po’ banale, si possa adattare per esempio al modo in cui guardiamo a un artista come Domenico Gnoli, di cui sono celebri i dipinti con dettagli quotidiani, ma che, andando a osservare meglio il suo lavoro, si rivela essere un pittore molto più profondo, consapevole, complesso. L’occasione è offerta dalla mostra che Fondazione Prada dedica a Gnoli sui due Piani del Podium della sede milanese, con un progetto concepito da Germano Celant e portato poi avanti dal team curatoriale della Fondazione, di cui fa parte Mario Mainetti, che ci ha introdotto al mondo di Gnoli. “La sua – ha detto ad askanews – è sempre stata una forte aspirazione a essere pittore e a riconoscere il proprio lavoro all’interno della tradizione pittorica italiana, a partire dal Rinascimento. Il riferimento al Pop è stato fatto anche in vita e Gnoli ha parlato della Pop Art come dell’occasione che gli si è presentata per fare l’arte che voleva”.

La pittura di Gnoli, nei grandi quadri che raccontano gli ultimi 5 anni della sua carriera e della sua vita, è morto a soli 37 anni nel 1970, si rivela molto densa, tutt’altro che iperrealista e soprattutto si mostra nella sua ricchezza di ispirazione. Le fonti classiche sono ovunque e appaiono magari in una tappezzeria, oppure nella forma di una pettinatura a treccia. Con discrezione, certo, ma con grande profondità anche. E questa riconoscibilità apparente dei soggetti, che poi genera però sensazioni diverse, pure di mistero, alimenta quella dinamica di desiderio che, a più livelli, è connaturata al suo lavoro. A partire dal tema del dettaglio, che si rivela foriero di possibilità ulteriori. “C’è sempre qualcosa che rimane fuori dall’inquadratura e fuori dal quadro – ha aggiunto il curatore – e produce curiosità e anche interesse per immaginare delle narrative possibili”.

La mostra in Fondazione Prada poi, al piano superiore del Podium, documenta anche la vita di Gnoli e il suo lavoro oltre la pittura che poi gli ha dato il successo, nell’ottica di una ricostruzione del contesto intorno all’artista che è stato uno dei punti forti delle ricerche portate avanti da Germano Celant, di cui in qualche modo questa esposizione può essere anche una sorta di congedo curatoriale. “Forse per la prima volta con una grande ampiezza – ha concluso Mario Mainetti – sono presentati insieme l’opera per il teatro, quella dell’illustratore e quella di pittore: abbiamo circa 100 dipinti e circa altrettante illustrazioni”.

La sensazione, alla fine, è quella di assistere a qualcosa che va ben oltre la superficie piatta dell’immaginario Pop, che denunciava la banalità delle cose, per arrivare invece a una sorta di metafisica degli oggetti. E non è un caso che lo stesso Gnoli abbia praticato, e in mostra si trovano esempi molto interessanti, una pittura metafisica sul modello di Carrà. C’è, nello stare dentro la mostra, qualcosa che ricorda la poesia – il correlativo oggettivo di Montale, per citare una formula un po’ abusata, ma chiara – e c’è un rimando neppure troppo sotteso alla potenziale magia narrativa contenuta in ogni momento della nostra vita, qualunque essa sia.

(Leonardo Merlini)

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