Dopo 34 anni l'omicidio di Lidia Macchi è ancora un mistero

Simona Olleni
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AGI - Un 'cold case' che cerca soluzione da 34 anni: l'omicidio di Lidia Macchi, ventenne assassinata nel gennaio 1987, non ha ancora trovato giustizia, ma una tappa centrale nell'iter giudiziario potrebbe essere quella attesa oggi al 'Palazzaccio', dove i giudici della Cassazione dovranno decidere se confermare o meno l'assoluzione di Stefano Binda, unico imputato nel processo per il delitto. 

La morte di Lidia

 L'omicidio fu commesso vicino a Cittiglio, dove Lidia, il 5 gennaio 1987, era stata a trovare un'amica in ospedale. Il suo corpo, martoriato da numerose coltellate, venne ritrovato in un boschetto della zona, due giorni dopo, grazie alle ricerche messe in atto da amici e familiari.

La svolta nelle indagini 

Dopo quasi 30 anni di stallo, l'inchiesta sull'omicidio di Lidia Macchi arriva a un punto di svolta il 15 gennaio 2016, quando Binda, 49enne, in passato frequentatore della stessa scuola della vittima e, come lei, di ambienti vicini a Comunione e Liberazione, viene arrestato con l'accusa di omicidio volontario aggravato. Alla base dell'arresto, un confronto calligrafico tra la scrittura dell'indagato e quella di una lettera anonima - contenente una poesia 'In morte di un'amicà - recapitata alla famiglia Macchi il 10 gennaio 1987, giorno dei funerali di Lidia. Binda respinge ogni accusa e si proclama innocente. 

L'ergastolo, poi l'assoluzione

Il 24 aprile del 2018, il processo di primo grado a Varese si conclude con la condanna all'ergastolo di Binda: secondo i giudici della Corte d'assise, si legge nelle 197 pagine di sentenza, l'imputato uccise Lidia Macchi "per procurarsi l'impunità dal reato di violenza sessuale su di lei commesso". Un verdetto, questo, che viene ribaltato dalla Corte d'assise d'appello di Milano il 24 luglio 2019, quando Binda viene assolto e, quindi, scarcerato.

I giudici di secondo grado, nelle motivazioni della loro sentenza, parlano di "vero e proprio deserto probatorio": contro questa pronuncia, hanno presentato ricorso in Cassazione sia la procura generale che la famiglia Macchi, parte civile nel processo, ricorsi che, questa mattina, il pg Marco Dall'Olio ha chiesto di dichiarare inammissibili. Si attende entro stasera la decisione della prima sezione penale della Suprema Corte, che potrà confermare l'assoluzione oppure disporre un nuovo processo nei confronti di Binda.