"Dopo il vaccino Covid è una malattia diversa. Quella che era, resta nei non vaccinati"

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- (Photo: hp - getty)
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Il vaccino sta cambiando il Covid-19, mentre una linea di demarcazione inizia a dividere la popolazione vaccinata da quella non immunizzata per sintomi e malattia: è il dato che emerge da un recente studio pubblicato su The Lancete condotto nel Regno Unito su 4,5 milioni di volontari. Chi ha ricevuto due dosi - evidenziano i ricercatori - non solo ha una probabilità molto bassa di infettarsi, ma ha anche una possibilità di manifestare un Covid “acuto” ridotta di un terzo rispetto a quella di un soggetto non vaccinato. Si riduce inoltre di 2/3 la possibilità di venire ospedalizzato e del 50% quella di avere strascichi dopo l’infezione, la cosiddetta sindrome da Long Covid.

Per comprendere meglio l’importanza della ricerca, HuffPost ha intervistato Antonio Clavenna, responsabile dell’Unità di Farmacoepidemiologia dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano.

Dottor Clavenna, lo studio condotto nel Regno Unito mostra che i rari casi di infezione da SARS-Cov-2 dopo la vaccinazione si presentano per lo più con sintomi lievi e di breve durata. Cosa ci dice questo sul futuro della malattia?
È solo l’ultimo degli studi che conferma l’efficacia dei vaccini e la loro capacità di ridurre la probabilità di infezione, il decorso grave della malattia, nonché i ricoveri ordinari e quelli in terapia intensiva. Questa ricerca fa però un passo in più mostrando che i vaccinati che si contagiano hanno maggiori probabilità di avere malattia lieve, con meno di cinque sintomi. L’altro dato è che tali sintomi non durano oltre un mese. In sintesi: chi è vaccinato si ammala meno frequentemente e, nel momento in cui si ammala, ha più probabilità di avere un’infezione lieve i cui sintomi si risolvono nell’arco di quattro settimane. Pur non essendo ancora in possesso dei dati sull’efficacia a lungo termine dei vaccini, le evidenze di questo studio ci fanno ben sperare perché mostrano come all’aumento della percentuale di popolazione vaccinata possa corrispondere un netto calo della pressione ospedaliera.

Dunque, il Covid dopo il vaccino potrebbe diventare una malattia diversa?
I dati che stanno emergendo indicano proprio questo. Come dicevamo, chi è stato immunizzato e viene contagiato presenta assenza di sintomi, oppure una malattia lieve e di breve durata. Le eccezioni principali, come mostra lo studio pubblicato su The Lancet, possono essere costituite da soggetti anziani o particolarmente fragili che, nonostante la vaccinazione, non riescono ad avere una risposta immunitaria adeguata a combattere il virus, andando incontro a decorso più severo della malattia o al ricovero.

Usando una dicotomia semplificata, potremmo parlare di “Covid dei vaccinati” e “Covid dei non vaccinati”?
Sì, possiamo dire che nelle due popolazioni l’infezione sta assumendo sempre più rischi e caratteristiche diverse.

Se dovesse emergere una nuova variante, capace di diffondersi su scala globale come la Delta, cosa accadrebbe? Il discorso non sarebbe più valido?
Dipenderebbe molto dalle caratteristiche dell’ipotetica variante. Abbiamo visto che con la Delta, nonostante un maggior rischio di contagio anche tra i vaccinati, la protezione garantita dai vaccini verso la malattia grave e il ricovero è rimasta elevata. Quindi, qualora dovesse verificarsi una nuova mutazione a grande diffusione, non è detto che l’efficacia dei vaccini ne risentirebbe e che sarebbe necessario modificare la strategia vaccinale. Nell’ipotesi più sfortunata, bisognerebbe adattare la strategia seguendo due strade alternative: estendendo il richiamo a tutta la popolazione; cercando di adattare i vaccini alla nuova variante. Ma al momento, ripeto, si tratta di scenari ipotetici: i vaccini ci sono e funzionano.

I vaccini ci sono. Le terze dosi sui più fragili ed esposti sono partite. Si inizia a parlare della fascia under 12, ma i dati non sono ancora stati presentati. Cosa può dirci sul tema?
Come lei evidenzia, i dati non sono ancora stati pubblicati e la decisione spetterà agli enti regolatori. Al di là delle valutazioni sull’efficacia e sulla sicurezza, prima di agire bisognerà anche tenere conto dell’andamento epidemiologico tra gli under 12: ovvero, sarà necessario capire quanto contribuisce alla catena del contagio questa fascia d’età. Al momento i bambini non rappresentano una priorità per la campagna vaccinale, ma in ogni caso sarà importante proteggere anche tra i più piccoli chi ha fattori di rischio, come avviene con il vaccino per l’influenza .

Gli indicatori su ricoveri e intensive sono al ribasso. Secondo lei, quando potremo iniziare a capire se siamo sulla strada giusta?
Credo che tra ottobre e novembre potremmo iniziare a valutare l’andamento dell’epidemia e soprattutto se i numeri di ricoveri e terapie intensive si manterranno bassi. L’eventuale stabilità potrà dirci se l’epidemia sarà sotto controllo e darci indicazioni utili, anche funzionali alla riduzione delle rimanenti misure di contenimento e di un ritorno a una quotidianità più simile a quella a cui eravamo abituati.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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