Dopo strage Tiananmen, Giappone si oppose a sanzioni contro Cina

Red
·2 minuto per la lettura
Image from askanews web site
Image from askanews web site

Roma, 23 dic. (askanews) - Il Giappone si oppose all'imposizione di sanzioni nei confronti della Cina nell'ambito G7 dopo il massacro di piazza Tiananman. L'hanno rivelato informazioni diplomatiche sulle quali è scaduto il segreto di stato, secondo quanto riferisce oggi l'agenzia di stampa Kyodo.

Dopo la repressione degli studenti, avvenuta a Pechino il 4 giugno 1989, si tenne in Francia a luglio un summit G7. In quell'occasione Tokyo, in un primo momento, si oppose all'adozione di una dichiarazione congiunta del G7 che condannasse le violenze. Poi alle sanzioni.

Tra i documenti desecretati, ce n'è uno datato 4 giugno 1989, il giorno del massacro, intitolato "La posizione del paese rispetto alla situazione in Cina (principalmente rispetto all'Occidente)". In esso, nonostante una condanna del massacro definito "inaccettabile", c'è scritto che il "Giappone si oppone ad assumere misure congiunte, come sanzioni nei confronti della Cina". Anzi, la repressione degli studenti è esplicitamente definita un "affare interno" di Pechino.

La posizione esposta aveva una spiegazione strategica, non etica. "La nostra idea era quella di non isolare la Cina, che stava continuando con la sua politica di riforma e apertura", ha spiegato alla Kyodo l'ex ambasciatore nipponico in Cina Yuji Miyamoto, che all'epoca fu parte dei negoziati come funzionario del ministero degli Esteri.

Il summit G7 - Usa, Francia, Gran Bretagna, Germania Ovest (l'unificazione tedesca non era ancora avvenuta), Canada, Giappone e Italia - il 15 luglio emise una dichiarazione congiunta in cui veniva condannata la repressione in Cina. Tuttavia in essa non veniva citata alcuna sanzione concreta nei confronti di Pechino.

In altri documenti declassificati - spiega la Kyodo - la riluttanza di Tokyo ad assumere una posizione netta nei confronti di Pechino appare evidente. E nella riunione preparatoria del G7, che si tenne il 7 luglio, i diplomatici giapponesi dissero che non volevano una dichiarazione di condanna di Pechino, diversamente dagli altri sei paesi. Solo alla fine, messi in un angolo, dovettero concordare sul documento congiunto, solo a condizione d'inserire una frase in cui si esplicitava la necessità di non isolare la Cina. (Di Antonio Moscatello).