Dove è meglio non fare il bagno in Italia

Rita Parrella
Che sia al mare oppure al lago, attenzione questa estate a non fare il bagno in acque poco pulite. Un'immersione refrigerante di alcuni minuti potrebbe costare qualche spiacevole inconveniente di carattere sanitario. Sono 89, infatti, i siti balneabili italiani in cui si annidano pericolosi batteri che inodori e incolori sfuggono all'osservazione dell'occhio umano.Il Ministero della Salute, tenuto a monitorare la qualità dell'acqua, li ha individuati tramite delle apposite analisi microbiologiche e vi ha interdetto la balneazione. Secondo la legge il divieto anche se temporaneo dovrebbe essere chiaramente segnalato, ma per fugare ogni dubbio in vista delle prossime vacanze, la mappa di seguito individua le spiagge da evitare. Dove non fare il bagno in ItaliaLa maggior parte dei divieti di balneazione sono situati alle foci dei fiumi, sui lungomare cittadini, in prossimità di zone portuali, insomma in tutti quei posti in cui è risaputo che è meglio non fare il bagno. Gli esempi sono diversi: la zona industriale di Pozzuoli, il villaggio agricolo a Castel Volturno, lo sbocco del Marano a Rimini, dell'Arrone a Roma, il lungomare di Reggio Calabria, di Pescara, il porto di Gioia Tauro. Ma a sorpresa nell'elenco non mancano alcune prestigiose località di villeggiatura a cominciare da Rapallo, all'inizio della scogliera, punta di San Martino a Sanremo oppure Vietri sul mare, Praia a Mare alle Marlane, Roseto degli Abruzzi alla foce del Tordino, San Lucido nei pressi del torrente S.Como, la spiaggia Sarello a Bagheria, quella di Capo Mulini ad Acireale, via Marina ad Aci Trezza, comunque sempre punti specifici che non si estendono interamente alle zone turistiche in cui si trovano.La maglia nera per il numero di acque balneabili di scarsa qualità appartiene alla regione Calabria che ha ben 22 siti vietati, quasi il doppio della Campania e della Sicilia che si piazzano al secondo posto con 12 spiagge ciascuno. Seguono in classifica l'Abruzzo (10), le Marche (9) e la Lombardia (7). Quest'ultima pur non avendo sbocchi sul mare vanta diversi grandi laghi e in particolare quest'anno non è possibile fare il bagno ai lidi Sabbie d'oro e Germignaga sul lago Maggiore; a Lezzeno, la Punta e Olcio sul lago di Como e in altre spiagge tra il fiume Ticino e il lago di Varese. Non tutte le regioni italiane, però, presentano mari e laghi con divieti di balneazione. Ci sono alcune che si fregiano orgogliosamente di acque a prova di test almeno in questa stagione turistica. Sono la Basilicata, la Toscana e il Friuli Venezia Giulia, che hanno registrato sulle loro coste livelli batteriologici trascurabili, ma anche l'Umbria e la Valle d'Aosta che, però, a differenza delle regioni precedenti non hanno uno sbocco sul mare. La direttiva sulle acque di balneazioneI principali responsabili del divieto di balneazione sono due batteri fecali che si chiamano Escherichia coli ed Enterococchi. Possono determinare patologie di natura infiammatoria, infettiva e disturbi di vario genere. Il loro limite massimo è fissato dalla legge rispettivamente in 500 e 200 cfu (colony forming units) per 100 ml. Quando ne vengono registrati livelli superiori, il sito di balneazione viene schedato come “scarso”, un'espressione che traduce l'inglese “poor”, l'ultimo grado della classificazione individuata dalla direttiva europea sulle acque balneabili 2006/7/CE recepita dall'Italia nel 2008. La conseguenza principale di un sito etichettato come “scarso” è il divieto temporaneo di balneazione per la stagione successiva. Tutti i lidi citati in precedenza, infatti, fanno riferimento alle rilevazioni del 2018. Non è una decisione irreversibile, a meno che il sito non risulti “scarso” per cinque anni di seguito, a quel punto l'interdizione diventa permanente fino alla bonifica dell'area.Il monitoraggio prevede il prelievo di almeno quattro campioni durante l'intera stagione turistica, il primo all'inizio del periodo e gli altri con intervalli non superiori a un mese. Gli stati sono obbligati a comunicare i risultati delle analisi entro il 31 dicembre alla Commissione che elabora attraverso l'Agenzia europea dell'ambiente ogni anno un report sia per l'Unione che per i singoli paesi e, allo stesso tempo, sono tenuti a informare i cittadini sulla qualità dell'acqua di tutte le loro coste, in particolare sui siti a rischio. Per questa ragione il Ministero della Salute ha creato un portale dove è possibile controllare lo status di ogni spiaggia d'Italia digitando il comune a cui si è interessati. Il sito propone il calendario del monitoraggio, le ultime rilevazioni e le stime future. Inoltre, segnala in rosso le aree con il divieto permanente di balneazione. La qualità delle acque italianeLe 89 spiagge dove non fare il bagno quest'anno, ossia l'insieme delle acque rivelatesi “scarse” in Italia, rappresentano appena l'1,6% del totale. Le altre, la maggior parte, sono per fortuna di “eccellente” qualità (90%), “buone” (5%) e “sufficienti” (2,1%). Queste percentuali sono una sintesi delle condizioni di tutte le località marine e di quelle nell'entroterra che comunque in base agli standard della direttiva non si differenziano molto tra di loro. Si tratta in totale di 5339 siti di balneazione, 4871 sul mare e 668 all'intero, punti di monitoraggio che stanno gradualmente aumentando per un potenziamento del controllo. Dal 2015 se ne sono aggiunti 56, di cui 14 solo lo scorso anno.Quest'aumento delle rilevazioni non sta cambiando, però, la panoramica generale. In quattro anni hanno modificato il proprio status soltanto 11 siti, ovvero lo 0,28%. Mari e laghi italiani godono stabilmente di ottima salute, anche se il 2018 si è rivelato l'anno “orribile” dei divieti permanenti perché dopo cinque stagioni consecutive di pessimi risultati per 38 spiagge, vi è stata proibita la balneazione in modo definitivo. Il paragone con i Paesi europeiCon oltre 22 mila chilometri di coste al centro del mar Mediterraneo, l'Italia detiene un quarto delle acque di balneazione dell'intera Europa. Ma rispetto agli altri stati membri non sembra essere un modello di riferimento per la pulizia del suo patrimonio acquatico. Sulla base delle acque di qualità “eccellente” l'Italia (90%) si posiziona all'ottavo posto in Europa dopo Cipro (99,1%), Malta (98,9%), Austria (97,3%) e Grecia (97%) che rasentano quasi la perfezione.Inoltre, Cipro, Grecia, Lettonia, Lussemburgo, Malta, Romania e Slovenia, da quest'anno non presentano più siti di “scarsa” qualità. La direttiva del 2006 aveva fissato proprio questo obiettivo: portare in tutti gli stati la condizione delle acque almeno alla sufficienza, indicando la fine del 2015 come termine ultimo per adeguarsi, una scadenza che alla fine nessun paese ha rispettato. Nel 2018 lo standard minimo è stato raggiunto nel 95,4% dei casi, addirittura lo 0,6% in meno rispetto all'anno precedente. Non è comunque una situazione preoccupante per l'Agenzia dell'ambiente che spiega il calo con l'individuazione di nuovi punti di monitoraggio risultati spesso di scarsa qualità e invita a concentrarsi su un altro dato: la crescita costante delle “acque eccellenti”, passate dall' 83,3% del 2014 all'85,1% del 2018.La quantità di acque “eccellenti” è uno degli indicatori della vita subacquea, individuata dalle Nazioni Unite nel 2015 come il quattordicesimo Obiettivo di sviluppo sostenibile. L'Unione europea in linea con la politica internazionale considera la conservazione dell'ambiente acquatico una priorità. L'ecosistema di mari e laghi oggi è minacciato dagli scarichi dell'agricoltura, dell'industria e dalle fognature domestiche che non sempre rispettano gli obblighi di legge. In ogni caso, l'Italia si contraddistingue per un elevato standard di qualità con siti di balneazione che in nove casi su dieci sono eccellenti dalla Sicilia alla Lombardia.

Che sia al mare oppure al lago, attenzione questa estate a non fare il bagno in acque poco pulite. Un'immersione refrigerante di alcuni minuti potrebbe costare qualche spiacevole inconveniente di carattere sanitario. Sono 89, infatti, i siti balneabili italiani in cui si annidano pericolosi batteri che inodori e incolori sfuggono all'osservazione dell'occhio umano.

Il Ministero della Salute, tenuto a monitorare la qualità dell'acqua, li ha individuati tramite delle apposite analisi microbiologiche e vi ha interdetto la balneazione. Secondo la legge il divieto anche se temporaneo dovrebbe essere chiaramente segnalato, ma per fugare ogni dubbio in vista delle prossime vacanze, la mappa di seguito individua le spiagge da evitare.


Dove non fare il bagno in Italia

La maggior parte dei divieti di balneazione sono situati alle foci dei fiumi, sui lungomare cittadini, in prossimità di zone portuali, insomma in tutti quei posti in cui è risaputo che è meglio non fare il bagno. Gli esempi sono diversi: la zona industriale di Pozzuoli, il villaggio agricolo a Castel Volturno, lo sbocco del Marano a Rimini, dell'Arrone a Roma, il lungomare di Reggio Calabria, di Pescara, il porto di Gioia Tauro. Ma a sorpresa nell'elenco non mancano alcune prestigiose località di villeggiatura a cominciare da Rapallo, all'inizio della scogliera, punta di San Martino a Sanremo oppure Vietri sul mare, Praia a Mare alle Marlane, Roseto degli Abruzzi alla foce del Tordino, San Lucido nei pressi del torrente S.Como, la spiaggia Sarello a Bagheria, quella di Capo Mulini ad Acireale, via Marina ad Aci Trezza, comunque sempre punti specifici che non si estendono interamente alle zone turistiche in cui si trovano.


La maglia nera per il numero di acque balneabili di scarsa qualità appartiene alla regione Calabria che ha ben 22 siti vietati, quasi il doppio della Campania e della Sicilia che si piazzano al secondo posto con 12 spiagge ciascuno. Seguono in classifica l'Abruzzo (10), le Marche (9) e la Lombardia (7). Quest'ultima pur non avendo sbocchi sul mare vanta diversi grandi laghi e in particolare quest'anno non è possibile fare il bagno ai lidi Sabbie d'oro e Germignaga sul lago Maggiore; a Lezzeno, la Punta e Olcio sul lago di Como e in altre spiagge tra il fiume Ticino e il lago di Varese. Non tutte le regioni italiane, però, presentano mari e laghi con divieti di balneazione. Ci sono alcune che si fregiano orgogliosamente di acque a prova di test almeno in questa stagione turistica. Sono la Basilicata, la Toscana e il Friuli Venezia Giulia, che hanno registrato sulle loro coste livelli batteriologici trascurabili, ma anche l'Umbria e la Valle d'Aosta che, però, a differenza delle regioni precedenti non hanno uno sbocco sul mare.

La direttiva sulle acque di balneazione

I principali responsabili del divieto di balneazione sono due batteri fecali che si chiamano Escherichia coli ed Enterococchi. Possono determinare patologie di natura infiammatoria, infettiva e disturbi di vario genere. Il loro limite massimo è fissato dalla legge rispettivamente in 500 e 200 cfu (colony forming units) per 100 ml. Quando ne vengono registrati livelli superiori, il sito di balneazione viene schedato come “scarso”, un'espressione che traduce l'inglese “poor”, l'ultimo grado della classificazione individuata dalla direttiva europea sulle acque balneabili 2006/7/CE recepita dall'Italia nel 2008. La conseguenza principale di un sito etichettato come “scarso” è il divieto temporaneo di balneazione per la stagione successiva. Tutti i lidi citati in precedenza, infatti, fanno riferimento alle rilevazioni del 2018. Non è una decisione irreversibile, a meno che il sito non risulti “scarso” per cinque anni di seguito, a quel punto l'interdizione diventa permanente fino alla bonifica dell'area.

Il monitoraggio prevede il prelievo di almeno quattro campioni durante l'intera stagione turistica, il primo all'inizio del periodo e gli altri con intervalli non superiori a un mese. Gli stati sono obbligati a comunicare i risultati delle analisi entro il 31 dicembre alla Commissione che elabora attraverso l'Agenzia europea dell'ambiente ogni anno un report sia per l'Unione che per i singoli paesi e, allo stesso tempo, sono tenuti a informare i cittadini sulla qualità dell'acqua di tutte le loro coste, in particolare sui siti a rischio. Per questa ragione il Ministero della Salute ha creato un portale dove è possibile controllare lo status di ogni spiaggia d'Italia digitando il comune a cui si è interessati. Il sito propone il calendario del monitoraggio, le ultime rilevazioni e le stime future. Inoltre, segnala in rosso le aree con il divieto permanente di balneazione.

La qualità delle acque italiane

Le 89 spiagge dove non fare il bagno quest'anno, ossia l'insieme delle acque rivelatesi “scarse” in Italia, rappresentano appena l'1,6% del totale. Le altre, la maggior parte, sono per fortuna di “eccellente” qualità (90%), “buone” (5%) e “sufficienti” (2,1%). Queste percentuali sono una sintesi delle condizioni di tutte le località marine e di quelle nell'entroterra che comunque in base agli standard della direttiva non si differenziano molto tra di loro. Si tratta in totale di 5339 siti di balneazione, 4871 sul mare e 668 all'intero, punti di monitoraggio che stanno gradualmente aumentando per un potenziamento del controllo. Dal 2015 se ne sono aggiunti 56, di cui 14 solo lo scorso anno.


Quest'aumento delle rilevazioni non sta cambiando, però, la panoramica generale. In quattro anni hanno modificato il proprio status soltanto 11 siti, ovvero lo 0,28%. Mari e laghi italiani godono stabilmente di ottima salute, anche se il 2018 si è rivelato l'anno “orribile” dei divieti permanenti perché dopo cinque stagioni consecutive di pessimi risultati per 38 spiagge, vi è stata proibita la balneazione in modo definitivo.

Il paragone con i Paesi europei

Con oltre 22 mila chilometri di coste al centro del mar Mediterraneo, l'Italia detiene un quarto delle acque di balneazione dell'intera Europa. Ma rispetto agli altri stati membri non sembra essere un modello di riferimento per la pulizia del suo patrimonio acquatico. Sulla base delle acque di qualità “eccellente” l'Italia (90%) si posiziona all'ottavo posto in Europa dopo Cipro (99,1%), Malta (98,9%), Austria (97,3%) e Grecia (97%) che rasentano quasi la perfezione.


Inoltre, Cipro, Grecia, Lettonia, Lussemburgo, Malta, Romania e Slovenia, da quest'anno non presentano più siti di “scarsa” qualità. La direttiva del 2006 aveva fissato proprio questo obiettivo: portare in tutti gli stati la condizione delle acque almeno alla sufficienza, indicando la fine del 2015 come termine ultimo per adeguarsi, una scadenza che alla fine nessun paese ha rispettato. Nel 2018 lo standard minimo è stato raggiunto nel 95,4% dei casi, addirittura lo 0,6% in meno rispetto all'anno precedente. Non è comunque una situazione preoccupante per l'Agenzia dell'ambiente che spiega il calo con l'individuazione di nuovi punti di monitoraggio risultati spesso di scarsa qualità e invita a concentrarsi su un altro dato: la crescita costante delle “acque eccellenti”, passate dall' 83,3% del 2014 all'85,1% del 2018.


La quantità di acque “eccellenti” è uno degli indicatori della vita subacquea, individuata dalle Nazioni Unite nel 2015 come il quattordicesimo Obiettivo di sviluppo sostenibile. L'Unione europea in linea con la politica internazionale considera la conservazione dell'ambiente acquatico una priorità. L'ecosistema di mari e laghi oggi è minacciato dagli scarichi dell'agricoltura, dell'industria e dalle fognature domestiche che non sempre rispettano gli obblighi di legge. In ogni caso, l'Italia si contraddistingue per un elevato standard di qualità con siti di balneazione che in nove casi su dieci sono eccellenti dalla Sicilia alla Lombardia.