Draghi “emozionato” in Senato. Ma per i fotografi poco colore

Red
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Image from askanews web site
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Roma, 17 feb. (askanews) - E' durato cinquantuno minuti il primo intervento in aula da presidente del Consiglio di Mario Draghi. Nonostante un curriculum di ferro, un passato da numero uno della Bce negli anni della feroce crisi economica, il capo del governo, parlando ai senatori, ha ammesso "che non vi è mai stato, nella mia lunga vita professionale, un momento di emozione così intensa e di responsabilità così ampia".

Non si direbbe a osservare la posa composta e il gesticolio assente mentre illustra il suo programma. Ma a tradire l'emozione - ironia della sorte - è un lapsus sui numeri quando ricorda i dati da inizio pandemia: i 92.522 morti, i 2.725.106 cittadini colpiti dal virus. Esita sul numero delle terapie intensive "in questo momento" parlando di "due milioni", correggendosi immediatamente in "2.074" rivolto verso Giancarlo Giorgetti che, seduto al suo fianco, annuendo lo conforta sull'esattezza del dato.

I fotografi nelle tribune del Senato sono disperati, una sfilza di foto monocromatiche - anche oggi prevale il nero degli abiti di ministri e ministre - e tutte uguali: tirano un sospiro di sollievo solo alla fine, quando Draghi lascia il Senato e infilandosi in macchina, di fronte a una piccola folla che lo chiama, fa un cenno di saluto ("Meno male che ci ha salutato perché dentro non ha mosso un muscolo", la battuta del fotoreporter).

Nonostante la larga maggioranza, poi, in aula l'atmosfera non è particolarmente calorosa, complici anche le mascherine a coprire le espressioni del viso di tutti. Tra i cronisti parlamentari in sala stampa non c'è accordo sul numero di applausi che hanno interrotto il discorso di Draghi: c'è chi dice venti, chi trenta, chi parla di interruzioni e non di veri e propri applausi. Sicuramente viene salutato con favore da Pd, Leu e M5s il passaggio in cui il premier ringrazia il suo predecessore Giuseppe Conte "che ha affrontato una situazione di emergenza sanitaria ed economica come mai era accaduto dall'Unità d'Italia". Parole accolte da applausi e diversi "buuu". Guadagna la standing ovation invece l'appello finale all'unità non come opzione ma "come dovere". I senatori si alzano tutti in piedi, applaudono a lungo, tanto che il microfono del premier rimasto acceso capta la sua domanda: "Mi dite voi quando posso sedermi?".

Con la stessa parola "dovere", citata da Draghi cinque volte, il premier apre e chiude il suo discorso ("Il principale dovere cui siamo chiamati, tutti, io per primo come Presidente del Consiglio, è di combattere con ogni mezzo la pandemia", dice all'inizio dell'intervento). Sei volte parla di "competenza" e una di queste non è un complimento per i senatori: "Il problema - dice - sta forse nel modo in cui spesso abbiamo disegnato le riforme: con interventi parziali dettati dall'urgenza del momento, senza una visione a tutto campo che richiede tempo e competenza". Gelo.

Quando parla di pandemia ricordando che "lo spazio che alcune megalopoli hanno sottratto alla natura potrebbe essere stata una delle cause della trasmissione del virus dagli animali all'uomo" viene in mente il libro di David Quammen "Spillover. L'evoluzione delle pandemie", ma la citazione esplicita di Draghi è di Papa Fracesco: "Le tragedie naturali sono la risposta della terra al nostro maltrattamento. E io penso che se chiedessi al Signore che cosa pensa, non credo mi direbbe che è una cosa buona: siamo stati noi a rovinare l'opera del Signore". Parlando di riforme invece si affida alle parole di Cavour: "Le riforme compiute a tempo, invece di indebolire l'autorità, la rafforzano".