Draghi, De Gaulle e il problema dei tacchini

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(Photo: Pierpaolo ScavuzzoPierpaolo Scavuzzo / AGF)
(Photo: Pierpaolo ScavuzzoPierpaolo Scavuzzo / AGF)

Professor Quagliariello, facciamo così, si spogli dei panni del senatore e parli da esperto di De Gaulle.
Ci sto, volentieri.

Lo ricordo io, lei anni fa scrisse un libro De Gaulle e il gollismo, una pietra miliare, pluripremiato.
Il vero riconoscimento fu che è stato l’unico libro su De Gaulle di un autore non francese, tradotto in francese.

Bene, i titoli ci sono tutti. Mi dia un giudizio su questo dibattito tutto italiano e molto italiano, su Draghi al Quirinale come novello De Gaulle. Brunetta, Giorgetti. Ripeto da professore però!
Veda, la mia è una biografia. E per lo storico una biografia è come dirigere un’orchestra per un musicista. Devi tener conto del contesto, della vita, delle idee, del lungo periodo e delle contingenze. Insomma, lo storico sa che ogni biografia è irripetibile, soprattutto poi quando si tratta di quella di un uomo che ha avuto la ventura di salvare dal baratro due volte il suo paese.

La resistenza e l’Algeria.
(Sorride) Si vede che ha studiato storia. I due momenti sono, per l’appunto: nel ’40, quando, di fronte alla disfatta, andò a Londra e fondò un movimento di resistenza e un esercito in suolo straniero. L’altro è nel ’58 quando salvò la Francia dal colpo di stato dei generali algerini. Insomma, forse il generale di fronte alla storia ha qualche merito in più di un politico medio della Seconda Repubblica italiana.

Sicuro, comunque la si pensi. Come la mettiamo con le stellette di Draghi?
Draghi diciamo così: le mostrine vi sono in entrambi i casi, il loro assortimento è differente.

Problema di carisma, oltre alle differenze di contesto?
Anche, ma questo aspetto lo spiega assai bene proprio un libro del generale De Gaulle, Le Fil de l’épée. È un volume che in Italia a lungo fu ritenuto sovversivo, tant’è che uscì con la prefazione di Edgardo Sogno.

Che sovversivo lo era davvero.
Lì il generale spiegava che il carisma non è sempre sinonimo di potere autoritario e che è una qualità che il leader deve possedere, in ambito militare, in ambito politico, ed anche in ambito economico. Ovviamente si tratta di tipologie di carisma differenti che hanno bisogno anche di differenti caratteri degli uomini.

Bene andiamo al dunque. Dicono: mettiamo Draghi al Colle e da lì esercita una funzione di guida, alla De Gaulle.
(Cammina per la stanza della sua Fondazione Magna Carta, gesticola, pare una lezione universitaria) Qui casca l’asino. Mi faccia fare un ragionamento: i poteri del presidente della Repubblica nella nostra Costituzione sono molto più ampi di quello che una vulgata originaria ha fatto a lungo ritenere. Le vicende presidenziali ci hanno poi spiegato come questi poteri siano a geometria variabile.

La famosa fisarmonica.
Esatto, cambiano a seconda delle contingenze. E sa perché? Perché il presidente della Repubblica italiano non ha un rapporto autonomo con la sovranità popolare. Il suo rapporto è mediato dal Parlamento. Quando i parlamentari erano organizzati in partiti veri, il presidente doveva fare i conti con loro. Lo capì perfettamente ad esempio Leone, il quale pur ritenendosi una vittima sacrificale di fronte alla richiesta di dimissioni non pensò di potersi opporre.

Oggi il quadro è rovesciato. I partiti sono liquefatti, e il capo dello Stato ha indicato la via di un governo di emergenza.
Sì, ma il presidente deve essere eletto. E proprio perché i partiti non ci sono dipende dal volubile parere dei grandi elettori. Questa è la grande differenza tra il sistema italiano e il gollismo. De Gaulle fondò addirittura una nuova Repubblica per creare il rapporto diretto tra il presidente e il popolo. Infatti il sistema gollista si perfezionò solo nel 1962 con l’elezione diretta del Presidente della Repubblica. Questa differenza è ancora più importante dei poteri che gli vengono attribuiti. E lo fece perché voleva limitare il potere dei partiti e a maggior ragione delle consorterie. Furono altri come Pompidou, e secondo me fecero bene, che resero poi compatibili le istituzioni volute dal generale con l’esistenza dei partiti. E De Gaulle commentò: “Si possono costruire confessionali per cacciare il diavolo, ma se poi il diavolo entra nel confessionale si rimane disarmati”. Bella, no?

Bene, su questi presupposti, torniamo alla similitudine con l’oggi. La rupture si fonda su un elemento di consenso popolare. È il popolo che cambia la Costituzione e vota. Qui i fautori del De Gaulle italiano propongono una riforma costituzionale di fatto, senza questo passaggio. Un po’ hard direi.
Abbastanza.

Parafraso Mitterrand: “Un colpo di stato permanente”. Voglio dire, se vai al Colle, fai il presidente della Repubblica con i poteri che ha oggi, sennò si cambia la Costituzione.
Le costituzioni hanno tutte un certo grado di flessibilità, non a caso si parla di Costituzione formale e materiale. Ma, sono d’accordo, oltre l’esercizio di un certo grado di ortopedia istituzionale non si può andare. Tra l’altro la storia recente ci dice che non serve. La cosiddetta Seconda Repubblica italiana dal ’93 al 2013 ha funzionato come una specie di governo di gabinetto di fatto: premier scelto dai cittadini, maggioranze più o meno coese legate a doppio filo col potere esecutivo, bipolarismo. Eravamo arrivati persino a indicare il nome del premier sulle schede. Poi è arrivato un Grillo qualunque e quel sistema è caduto.

E siamo lentamente scivolati in una crisi di sistema, di cui fa parte il bis di Napolitano e l’arrivo di Draghi.
Esatto una vera e propria crisi di sistema. Lei si è mai chiesto perché una legge elettorale che stabiliva un vincitore obbligatorio in una stagione è stata ritenuta perfettamente costituzionale e poi si è scoperto che non lo era più? È evidente che erano cambiate le condizioni di contesto e quel sistema non aveva trovato delle modifiche costituzionali che lo consolidassero.

Insomma, Draghi al Colle. Non pensa che questo tipo di tifo lo danneggi? Non può andarci su questi presupposti.
Sì, lo penso. A sistema vigente Draghi sale al Colle solo se conquista la maggioranza dei parlamentari. E già questo allontana la sua presidenza da un modello gollista. Capisco perfettamente quanti vorrebbero preservare e mantenere all’Italia la figura di Mario Draghi per un tempo più lungo possibile. Mi trovo esattamente sulla loro stessa linea. Resta però da superare un problema.

Che i parlamentari lo votano solo se non c’è la prospettiva delle elezioni, giusto?
Perfetto: è necessario convincere i tacchini che il Natale non è a alle porte. E l’evocazione del gollismo, a questo fine, non serve. Si può al più contare sul fatto che molti tacchini non sanno che cosa sia il gollismo.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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