Draghi va da Confindustria con le delocalizzazioni congelate

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Italy's Prime Minister Mario Draghi delivers a statement during the 8th MED7 Mediterranean countries summit in Athens, on September 17, 2021. (Photo by ANGELOS TZORTZINIS / AFP) (Photo by ANGELOS TZORTZINIS/AFP via Getty Images) (Photo: ANGELOS TZORTZINIS via Getty Images)
Italy's Prime Minister Mario Draghi delivers a statement during the 8th MED7 Mediterranean countries summit in Athens, on September 17, 2021. (Photo by ANGELOS TZORTZINIS / AFP) (Photo by ANGELOS TZORTZINIS/AFP via Getty Images) (Photo: ANGELOS TZORTZINIS via Getty Images)

Un passaggio sulla questione scivolosa dei licenziamenti e delle delocalizzazioni non è escluso, anche se l’intervento che Mario Draghi terrà giovedì mattina sul palco dell’assemblea di Confindustria, allestito al Palazzo dello Sport di Roma, sarà centrato principalmente sulla crescita. E su cosa fare per irrobustirla visto che - è il ragionamento - la fiammata del Pil al 6% non basta. Riforme, Recovery, fisco e concorrenza sono i titoli di una traccia che sarà esplicitata con chiarezza. Ma quando si parla a una platea come quella degli industriali non contano solo gli impegni. Conta anche quello che viene messo sotto osservazione, di fatto rallentato per non dire fermato. E se l’oggetto in questione è il decreto anti delocalizzazioni, che appena un mese fa aveva portato gli industriali a una raffica di scontri con il ministro del Lavoro Andrea Orlando e con la viceministra allo Sviluppo economico Alessandra Todde, si capisce bene come il lavoro dietro le quinte di Draghi valga più delle parole.

Quello che sta accadendo dietro le quinte è il lavoro, faticoso, che il presidente del Consiglio ha affidato a Francesco Giavazzi, suo consulente economico e soprattutto uno degli uomini di cui si fida di più quando bisogna prendere scelte che riguardano le imprese. Se l’assemblea di Confindustria si fosse tenuta qualche settimana fa, quando il Pd e i 5 stelle spingevano per portare il decreto anti delocalizzazioni in Consiglio dei ministri, Draghi avrebbe avuto più di un problema a spiegare lo stato di avanzamento del cantiere del Governo. Ora, invece, la strada è in discesa o quantomeno non presenta ostacoli tali da rovinare quell’unità di intenti che passerà dall’evocazione di uno spirito nazionale comune. L’assise, a cui parteciperanno 1.700 imprenditori provenienti da tutta Italia, si aprirà con la proiezione del corto Centoundici, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia e rispolverato per fissare il concetto del coraggio delle imprese nel guardare al post pandemia, ma anche l’orgoglio dei 111 anni dell’associazione. Unità nazionale, spirito comune, la missione Recovery saranno le parole chiave che non faticheranno di certo a trovare d’accordo il premier.

Poi però, come ogni assemblea che si conviene, ci sono le domande e le risposte. Quelle che farà il presidente degli industriali Carlo Bonomi nel suo discorso introduttivo e quelle che darà Draghi quando prenderà la parola subito dopo. Gli industriali vogliono capire un po’ di più sull’avvio del Recovery e capire se e come la riforma del fisco si tradurrà in un alleggerimento di quella pressione fiscale che pesa sulle imprese. Poi, come si diceva, c’è il lavoro dietro le quinte che è già una risposta. A palazzo Chigi non c’è il via libera all’impianto sulle crisi d’impresa confezionato da Orlando e Todde, che seppure con alcune differenze vede i due accomunati dalla necessità di dare un segnale importante. La sentenza del tribunale del lavoro di Firenze sui licenziamenti alla Gkn di Campi Bisenzio ha reso questo tentativo più fluido, ma le cose si complicano quando si passa dalla volontà alle norme.

La proposta del ministro del Lavoro, come anticipato da Huffpost, punta a un rafforzamento della procedura relativa ai licenziamenti collettivi che passa dalla previsione di una terza fase, a monte delle due già esistenti, dove è coinvolto anche lo Stato, nello specifico i ministeri competenti in materia. In pratica un’impresa con più di 250 dipendenti è chiamata a presentare un piano di mitigazione degli esuberi e a sedersi al tavolo non solo con i sindacati, ma anche con il Governo e con la Regione dove è ubicato lo stabilimento. Con l’aggiunta di caricare l’impresa che non presenta il piano del pagamento di un ticket di licenziamento doppio (la penultima bozza parlava di un contributo incrementato di sei volte).

Al momento palazzo Chigi non è intenzionato a perseguire questa strada. I dubbi sono diversi, ma la considerazione che li accomuna è che lo schema risulta troppo invasivo, oltre che ridondante. Una fase di confronto prima che l’impresa avvii la procedura di mobilità viene legata al rischio che il sindacato possa irrigidirsi, oltre a generare un forte disincentivo all’investimento da parte dell’impresa di fronte a regole così stringenti.

Quello che non piace è l’impostazione di base e cioè la rottura o comunque lo stravolgimento dello schema attuale, regolato dalla legge 223/91, che si appoggia sul concetto dell’interlocuzione tra l’azienda e i sindacati. La proposta avanzata dal Pd e dai 5 stelle mette lo Stato in mezzo e fin dall’inizio, mentre a palazzo Chigi sono più propensi a non inficiare il rapporto tra le parti sociali. Anche perché, spiegano le stesse fonti, uno schema che vede lo Stato schierato fin da subito ripropone la possibilità di ricorrere a ricette, come l’allungamento della cassa integrazione, che non possono andare bene per tutte le realtà industriali. Di fronte a una riconversione industriale indotta dalla transizione ecologica e digitale serve uno schema di gioco nuovo. E qui si aggancia Giancarlo Giorgetti. Il ministro dello Sviluppo economico è vicino alle posizioni di palazzo Chigi. La decisione di non intervenire all’assemblea di Confindustria suggella una visione comune e di massima sintonia con il premier. Parlerà Draghi. Sapendo che i suoi uomini a palazzo Chigi hanno svuotato il decreto anti delocalizzazioni. E questo vale più di un annuncio.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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