Durante il processo al "dottor Morte" ci si chiede cosa sono le cure palliative

Quello esercitato dall'allora vice-primario del pronto soccorso di Saronno (Varese), Leonardo Cazzaniga, "fu un accanimento palliativo da parte di un medico che si ritiene in grado di decidere cosa sia il bene e cosa il male per un paziente: una terza via non accettabile tra l'accanimento e l'abbandono terapeutico". 

Nelle aule di tribunale si è parlato tante volte di eutanasia, con Eluana Englaro e altri, e di aiuto al suicidio, con Marco Cappato. Ora, nel processo a colui il quale con enfasi mediatica è stato soprannominato il 'dottor Morte', ci si interroga sui possibili eccessi delle cure palliative. 

Davanti ai giudici della Corte d'Assise di Busto Arsizio, gli esperti, a cui è stata affidata una perizia super partes, espongono le loro conclusioni sfavorevoli al 'protocollo Cazzaniga', definito dal suo inventore, ai domiciliari da settembre dopo tre anni di carcere, "un insieme di principi volti a  consentire a persone ormai giunte alla fine della vita di morire libere dal dolore, tenendo presente anche i sentimenti dei familiari".

Ben diversa la valutazione da parte di Roberto Moroni Grandini (direttore dell'hospice Cascina Brandezzata), Giuseppe Bacis (direttore del Centro antiveleni di Bergamo) e Roberto Malcontenti (medico legale), secondo i quali c'è una stretta correlazione tra il sovradosaggio di farmaci da lui imposti e i decessi di almeno dieci degli undici pazienti che Cazzaniga, secondo la Procura, avrebbe ucciso.

"Esiste una patologia che prevede l'infusione di 24 mg di morfina in sei minuti?", domanda ai periti  un legale di parte civile per i familiari di un paziente. "No - è la risposta - si pensi che per una persona sana, 50 mg devono essere somministrati in almeno sei, sette ore".  Potenzialmente - è stato spiegato per un caso - un quantitativo di 30 mg morfina poteva essere un dosaggio corretto, ma bisogna valutare il paziente e somministrargli 5 mg per volta, osservando la sua reazione. Partire con 30 mg è molto pericoloso. L'atteggiamento deve essere sempre graduale, in modo da aiutare il paziente: queste sono le cure palliative. Se non c'è una risposta, bisogna retrocedere in tempi brevi. Bisogna trovare la giusta via tra l'abbandono terapeutico e l'accanimento, una via che di certo non è l'accanimento palliativo".

Nel caso di G.P.V., 71 enne affetto dal morbo di Parkinson, arrivato in stato di incoscienza in ospedale, "il sovradosaggio appare totalmente ingiustificato con tempi e modi sproporzionati". Solo per un paziente di 93 anni, A.I., giunto al pronto soccorso dopo una caduta, non viene ritenuta certa la correlazione tra sedazione 'sbagliata' e morte.

In questo caso, la prescrizione e somministrazione di medicine viene considerata "coerente".  La perizia super partes potrebbe rivelarsi decisiva nell'esito del processo dal momento che era stata disposta dai giudici per fare chiarezza sulle conclusioni discordanti cui erano giunti gli esperti nominati da accusa e difesa.