E' iniziato il rimpatrio dei foreign fighter dalla Turchia

E' iniziato il rimpatrio dei foreign terrorist fighter dell'Isis detenuti in Turchia.

Oltre all'americano già partito e ai sette tedeschi, il cui rimpatrio è previsto per giovedì, sono in attesa di essere rispediti a casa anche due terroristi di origine irlandese, altri due tedeschi e 11 francesi, per i quali le procedure sono già state avviate e "completate al 90%".

Quanti sono i jihadisti nel 'califfato'

Sono più di 1.200 i jihadisti partiti da decine di Paesi per entrare nella fila del 'califfato' e finiti nella rete dell'antiterrorismo turca negli ultimi 4 anni. A questi vanno sommati altri 242 miliziani (provenienti da 19 Paesi), su un totale di 287, arrestati dopo essere fuggiti dalla prigione siriana di Ayn Isa; poco più di un terzo del totale di coloro che approfittarono del caos scaturito dal recente intervento militare turco nel nord est della Siria per scappare.     

Pochi giorni fa, il ministro della Difesa, Suleyman Soylu, aveva specificato che i 'foreign fighters' dell'Isis di nazionalità europea saranno consegnati ai Paesi di provenienza a prescindere dal fatto che siano stati privati o meno della cittadinanza. Un chiaro messaggio al Regno Unito, che ha cancellato la cittadinanza ai britannici partiti per sposare la causa di Abu Bakr Al-Baghdadi.

La patata bollente scotta anche nelle mani di Francia, Belgio e Germania. Ankara che spinge perché il governo di Berlino si riprenda 20 terroristi, 16 arrestati in questi anni e 4 fermati recentemente in Siria. Il tutto dopo che la scorsa settimana due donne di nazionalità olandese si sono presentate presso l'ambasciata del proprio Paese chiedendo di tornare a casa, dopo essere fuggite dal campo di Al Hawl, nel nord della Siria. 

Il caso delle due donne fuggite dal campo di Al Hawl

Il caso delle due donne costituisce l'emblema di un altro problema, ben più spinoso, vale a dire quello dei familiari dei terroristi. Se fino ad ora i numeri si riferiscono solo a persone accusate di terrorismo, ben piu' ambigua ed esplosiva è la situazione dei familiari dei combattenti: ambigua rispetto allo status e alle accuse che eventualmente potranno essere mosse a donne radicalizzate con minori al seguito; esplosiva perché si tratta di numeri ben più imponenti.

Il problema dei familiari

Nel solo campo di Al-Hal, distante 120 km dall'area del nord est della Siria ora sotto controllo turco, si stima vivano circa 70 mila persone: sono quelle fuggite da Raqqa, molte sono spose e figli dell'Isis, almeno 11 mila dei quali risulta siano stranieri. Ad ospitarli sono tende fatiscenti. Una situazione pericolosa, che va avanti nel disinteresse della comunità internazionale.

I mariti e padri, se non sono morti, si trovano in una delle 7 prigioni del nord est della Siria, sono circa 12 mila, 2 mila dei quali 'foreign fighter'. I dati quelli delle milizie curde Ypg e degli Usa, che prima dell'intervento turco avevano in carico la gestione delle prigioni. Se davvero i rimpatri inizieranno lunedi riguarderanno i 'foreign fighter' detenuti in Turchia o arrestati negli ultimi giorni, mentre per questi ultimi il futuro è incerto, come quello della regione in cui si trovano.

"Noi processeremo i terroristi turchi e ogni Paese faccia lo stesso", ha detto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan la scorsa settimana. Un chiaro segnale di quello che la Turchia intende fare con i jihadisti che finiranno sotto la propria giurisdizione.

In cambio del semaforo verde per l'offensiva in Siria, il presidente americano Donald Trump aveva chiesto a Erdogan di farsi carico dei terroristi nelle prigioni nell'area. Ad accordo raggiunto Trump definì i prigionieri Isis "un problema europeo", consapevole che Ankara li avrebbe rispediti indietro. In seguito agli accordi raggiunti con la Russia a Sochi, Erdogan non ha avuto per intero il controllo della regione, lasciando in sospeso il destino di molti jihadisti destinati a rimanere nelle carceri siriane, almeno per il momento