È stata forse la campagna diffamatoria più elaborata arrivata a un’Olimpiade?

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Julia Menendez e altri membri della squadra spagnola dopo la partita contro gli USA. (Foto di Quinn Rooney/Getty Images)
Julia Menendez e altri membri della squadra spagnola dopo la partita contro gli USA. (Foto di Quinn Rooney/Getty Images)

Autore Rod Gilmour, articolo apparso originariamente su Yahoo UK

Il calcio dà occasionalmente origine a storie di tifosi che cantano per tutta la notte davanti all’albergo della squadra avversaria per tenere svegli i giocatori. Tuttavia, queste sono sciocchezze in confronto all’incredibile storia che vede dei presunti tentativi dell’Azerbaigian di impedire alle ragazze spagnole di qualificarsi alle Olimpiadi del 2008.

Quattro mesi prima dei Giochi estivi a Pechino, sembrava che la Spagna fosse sulla strada giusta per la Cina. Apparentemente, le spagnole stavano affrontando brillantemente il torneo di qualificazione alle Olimpiadi a Baku dopo cinque vittorie consecutive. Anche l’ospitante Azerbaigian ne era coinvolto, con uno scontro tra queste due squadre nella finale, il cui vincitore si sarebbe assicurato l’unico biglietto per le Olimpiadi.

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Tuttavia, il viaggio olimpionico della Spagna si rivelò essere pericoloso. Le vicissitudini iniziarono a Baku, con un’infinità di accuse di presunti traffici loschi, e terminarono con la scesa in campo della squadra spagnola a Pechino, alcuni giorni dopo che l’Azerbaigian si era rivolto al Tribunale Arbitrale dello Sport (TAS), chiedendo la squalifica della Spagna dalle Olimpiadi per violazione delle leggi anti-doping.

“È stata la più straordinaria vicenda di diffamazione internazionale mai accaduta”, ricorda Claire Middleton, l'ex giornalista del Daily Telegraph che aveva pubblicato la storia. “Non ci si potrebbe inventare nulla di simile.”

Da dove iniziare?

Prima di un incontro nel girone con il Kenya, la Spagna aveva reso noto che quattro giocatrici fossero svenute presso l’hotel della squadra dopo aver inalato del gas dal sistema di aria condizionata. I funzionari spagnoli si erano inoltre lamentati di chiamate notturne ricevute dalla squadra e di aver dovuto far fronte a degli allarmi antincendio, mentre le giocatrici si erano ammalate dopo aver bevuto dell’acqua fornita dagli organizzatori del torneo. A questo si aggiungevano presunte minacce al direttore del torneo e intrusioni nel controllo anti-doping.

Alla vigilia della finale contro la squadra ospitante, la squadra spagnola si era avventurata fuori a cena, in un ristorante italiano a Baku. Avanzando rapidamente al giorno seguente, la Spagna festeggiava la tripletta di Silvia Muñoz, che includeva un goal vincente nella vittoria 3-2 contro l’Azerbaigian. Canti di giubilo.

Ma dopo un test anti-droga obbligatorio dopo la finale, due giocatrici risultarono positive a una sostanza vietata che si rivelò essere ecstasy, per quanto incredibile. Secondo le allora vigenti regole della International Hockey Federation (FIH), se più di un membro di una squadra fosse risultato positivo, tutta la squadra poteva essere squalificata dal torneo. Il cammino della Spagna verso le Olimpiadi si era bloccato.

Era presto emerso che la squadra spagnola aveva cenato in due diversi tavoli, la sera della cena prima dell’incontro. Un funzionario incaricato della FIH sospettò che si trattasse di uno stratagemma e prelevò dei campioni di capelli dalla squadra spagnola. I risultati rivelarono che la maggior parte del gruppo, tra cui la moglie del defunto Marti Colomer, allora anziano presidente della federazione, risultò positiva all’MDMA in uno dei due tavoli. Naturalmente, ci fu grande clamore in Spagna circa il motivo per cui giocatori e funzionari avessero assunto “droghe da discoteca” la sera prima del loro incontro più importante in quattro anni per raggiungere la vetta di un’Olimpiade.

La FIH giudicò una giocatrice colpevole per violazione delle leggi anti-doping senza colpe significative e un altro membro non citato della squadra fu esonerato da ogni colpa.

Mentre l’Hockey spagnolo lanciò accuse di sabotaggio deliberato durante tutte e due le settimane a Baku, l’Azerbaigian portò il caso al TAS, richiedendo la propria qualificazione olimpica e l’espulsione della Spagna dalla competizione. “Siamo assolutamente certi che le due ragazze non abbiano nulla a che fare con questa storia. Ci scommetterei la vita,” affermò Colomer alla stampa spagnola.

Non c’era alcuna prova concreta di illegittimità commesse dall’Azerbaigian.

Cosa successe poi?

Il TAS archiviò il caso di presunta violazione delle leggi anti-doping e un terzo ricorso dell’Azerbaigian, che includeva anche un’ardita richiesta di quest’ultimo di essere aggiunto con ingresso tardivo ai Giochi. L’ultimo appello fu revocato appena due giorni prima che l’evento di hockey olimpico iniziasse.

“Ci rallegriamo che abbiano riconosciuto la nostra innocenza,” affermò l’allenatore spagnolo Pablo Uzos alla stampa locale. “Tutto è bene quel che finisce bene in questo complotto mafioso”, aveva dichiarato il quotidiano spagnolo AS.

La Spagna si preparò regolarmente al suo primo incontro a Pechino, perdendo 3-0 contro la Cina, mentre Middleton era presente alla successiva conferenza stampa, in cui le emozioni delle giocatrici erano parecchio evidenti.

“L’intera saga ha distrutto completamente la preparazione olimpica della Spagna”, ribadì Middleton. “È stato tremendo per loro, una grande sofferenza emotiva, mentre l’Azerbaigian è rimasto impunito.”

La Spagna arrivò poi settima ai Giochi.

Cosa accadde all’Azerbaigian?

Imperterrito, l’Azerbaigian aveva ancora intenzione di lasciare il segno nell’hockey partecipando alla European Nations Cup del 2009 a Manchester. La squadra si fece notare per la presenza di metà dei suoi membri originari della Corea del sud, i cui giocatori avevano sposato cittadini azerbaigiani per ottenere il passaporto e giocare per il proprio paese di adozione.

Dal 2016, la federazione nazionale è sospesa dall’hockey mondiale dopo il mancato pagamento di un compenso per non essersi presentati al torneo di qualificazione alle Olimpiadi di Rio.

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