Ecce Brexit. La firma su un fallimento

Angela Mauro
Brexit

Non appena il tabellone elettronico mostra l’ultimo atto della Brexit, l’accordo fatto con Londra approvato con 621 sì, 49 no, 13 astenuti, nell’aula dell’Europarlamento si sente cantare. Sì, proprio così. ‘Auld Lang syne’, cantano gli eurodeputati scozzesi tenendosi per mano. E’ il ‘valzer delle candele’, tradizionale delle Highlands, in genere si intona a Capodanno per salutare l’anno vecchio oppure per accompagnare separazioni, congedi, lutti. Oggi vale per la Brexit che, dopo oltre tre anni di negoziati, porte in faccia, premier che vanno e vengono a Downing Street, rotture e ricomposizioni, ora è fatta e infonde emozione nell’aula del Parlamento, qualora non fosse bastata l’emozione portata da Liliana Segre un momento prima, con la sua testimonianza sull’orrore di Auschwitz in commemorazione del giorno della Memoria.

 

 

Giornata di esultanze (quella di Nigel Farage e dei suoi Brexiteers) e pianti. A tre anni e mezzo dal referendum sulla Brexit, i 73 europarlamentari britannici dicono addio e tornano a casa, chi contento, chi no. Settantatre, manco a farlo apposta come l’anno in cui il Regno Unito aderì all’allora Comunità economica europea: 1973 appunto. Restano gli europei, tristi e costretti a guardarsi dentro. “La Brexit è anche un fallimento nostro, dobbiamo riconoscerlo e trarre insegnamento: dobbiamo riformare l’Ue e renderla una unione vera e propria senza eccezioni, senza diritti di veto e regole dell’unanimità”, sentenzia il liberale Guy Verhofstadt all’inizio della seduta.

L’aula lo applaude. Ma la paura serpeggia mista all’emozione e la difficoltà del momento storico per tutta l’Unione. Per chi era contrario, andar via dall’Ue è un lutto. Trovarsi costretti a ratificare un accordo sulla Brexit, che infatti passa a larga maggioranza, una tortura. In pochi votano no, scelta ardua perché sconfessa anche la parte europea: non solo il premier britannico Boris Johnson, ma anche il negoziatore...

Continua a leggere su HuffPost