“Ecco perché non vediamo il dissenso a Teheran”

Alberto Ferrigolo

“La ‘rivoluzione verde' è morta e sepolta” perché “l'assassinio del generale Soleimani ha compattato l'opinione pubblica della Repubblica islamica”. Lo sostiene in un'intervista a Il Fatto Quotidiano la giornalista di origini iraniane Farian Sabahi, la quale aggiunge anche che per quanto possa sembrare strano a piangerne la scomparsa sono oggi “anche l'ex presidente riformista Muhammad Khatami e l'ayatollah Saanaei, noti per la loro contrapposizione ai falchi di Teheran”.

Docente universitaria specializzata in Medio Oriente, Sabahi ricostruisce le giornate in cui il movimento di protesta del 2009 “era stato soffocato nel sangue e i suoi leader messi agli arresti domiciliari il 14 febbraio 2011, dopodiché non li abbiamo più visti”, spiega. Perché “quel giorno avevano chiesto le autorizzazioni per manifestare solidarietà per la primavera araba in Bahrein, dove la popolazione è stata vittima di una durissima repressione messa in atto dai sauditi: il governo di Ryad aveva mandato i carri armati a sedare la rivolta in piazza delle Perle”.

Tuttavia, ritornando al generale ucciso dagli americani, la giornalista afferma anche che Soleimani “era un personaggio scomodo, anche per il presidente Rohani e per il ministro degli Esteri Zarif, ma era più utile da vivo, perché giocava un ruolo importante con i capi di Stato della regione” e che sì, certo, “assassinando il capo delle forze speciali dei Pasdaran, insieme al leader degli Hezbollah iracheni al Muhandis e ad altri vertici delle milizie sciite nella regione, gli Usa hanno rafforzato il fronte iraniano e arabo sotto la bandiera sciita”.

Secondo Farian Sabahi “in Iran non c'è normalità da tempo, nel senso che la popolazione subisce le più dure sanzioni economiche della storia” e anche per questo motivo “non vediamo il dissenso a Teheran” conclude.